DI CECILIA CHIAVISTELLI
È una fredda e buia sera di fine autunno quando i genitori di Yara Gambirasio guardano con terrore la porta chiusa in angosciosa attesa per la loro figlia tredicenne che sta tardando dal consueto appuntamento con la palestra dove segue gli allenamenti di ginnastica ritmica. Le diafane luci dei lampioni forano statici la foschia di novembre. Non un movimento, non il suono di piccoli passi leggeri che si affrettano verso la sua meta, la sua casa, i suoi affetti.
In quelle ore la sua vita, la tenera e giovane vitalità di Yara, scorre appesa alle mani e alla sorda volontà di un’altra persona. Un ignoto, allontana la ragazzina dal suo mondo, cattura il suo corpo, i suoi desideri e il suo futuro, muovendosi verso una oscurità senza ritorno.
Yara Gambirasio è scomparsa. È il 26 dicembre 2010. Da subito il fatto ha un forte rilievo mediatico, si mobilita tutto il paese di Brembate di Sopra, dove vive, le forze dell’ordine, i volontari alla ricerca di qualsiasi indizio che aiuti il suo ritrovamento. Mentre si accendono i riflettori su questo caso i genitori, con una grande dignità, vivono la loro disperazione fra le mura domestiche senza apparizioni sui mass media. Una traccia del telefonino posiziona la sua presenza a Mapello un vicino paesino ai piedi del Monte Canto. I cani molecolari hanno seguito le sue tracce fino a un cantiere in costruzione, poi il silenzio. Le indagini proseguono per mesi, con pochi risultati. E un iniziale errore che si chiama Mohammed Fikri. Dopo circa dieci giorni dalla scomparsa di Yara viene indagato il marocchino, operaio nel cantiere individuato dagli investigatori, ma è solo uno sbaglio clamoroso basato sulla errata traduzione di un’intercettazione ambientale e quindi rilasciato. Si brancola nel buio per mesi, quando il 26 febbraio 2011, casualmente, viene ritrovato il corpo di Yara, in una vasta area aperta da un appassionato di modellismo, in località Chignolo d’Isola, distante circa dieci chilometri dall’abitazione della ragazza.
Sul corpo apparentemente inviolato ci sono numerosi segni di arma da taglio e di una spranga. Vengono rilevati anche un trauma cranico provocato da un oggetto pesante e una profonda ferita alla gola. Nessuna di queste violenze è mortale, quindi la sua agonia è stata lenta e la morte sopraggiunta per il freddo e per le ferite. Il ritrovamento di Yara suscita un’emozione fortissima in tutta la nazione. Il Presidente della Repubblica invia un messaggio ai genitori dilaniati dal dolore.
Le ricerche del suo assassino si moltiplicano. La svolta dopo quattro anni. Analisi scientifiche approfondite dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo stabiliscono il Dna dell’assassino da una traccia recuperata dai leggins di Yara. Nasce “Ignoto 1”. Il codice genetico di uno sconosciuto diviene una fonte preziosa di informazioni. Dopo una campionatura a tappeto degli abitanti di Brembate di Sopra e dintorni, che hanno portato il numero di campioni genetici a 18.000, le indagini seguono la “Pista di Gorno”. Si arriva a Giuseppe Guerinoni, ma è morto e nei suoi discendenti le caratteristiche del Dna si allontanano. Così “Ignoto 1” si suppone sia un possibile figlio illegittimo di Guerinoni. Grazie alle forze dell’ordine e con il coordinamento della Procura di Bergamo si trova la madre di Ignoto 1, Ester Arzuffi presupposta amante del Guerinoni.
Dopo tante indagini con uno stratagemma, un uomo è sottoposto a etilometro che conferma il Dna. Corrisponde a Giuseppe Massimo Bossetti. Uno dei sospettati.
Nel 2015 prende il via il processo nei confronti di Bossetti, il presunto omicida, quarantaquattrenne muratore di Mapello, sposato con tre figli, animalista. La sua difesa presenta una lista di ben settecento testimoni, poi ridotti dalla Corte. I difensori chiedono l’assoluzione per i due capi d’accusa, omicidio di Yara e calunnia ai danni di un suo collega di lavoro su cui in un primo momento aveva indirizzato le indagini.
Nel luglio 2016 Massimo Bossetti, che non ha mai confessato l’omicidio, fu condannato in primo grado all’ergastolo per Yara Gambirasio e assolto dalla calunnia. La Corte in sede di processo aveva stabilito anche maxi risarcimenti per i componenti la famiglia Gambirasio.
Il resto è storia dei nostri giorni. Il 30 giugno scorso l’ex Ignoto 1 si è presentato davanti ai giudici della Corte d’Appello di Brescia che riesamina il suo ricorso. Il 14 luglio a conclusione del dibattimento i difensori chiedono l’assoluzione, dopo aver presentato delle foto come nuove prove e il parere di un genetista inglese a sostegno dell’innocenza del Bossetti.
Oggi, 18 luglio il verdetto conferma l’ergastolo. Mentre Bossetti piange continuando a proclamare la sua innocenza, giustizia è stata fatta per la giovane Yara.

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