DI CHIARA FARIGU

E’ risaputo, la matematica non è un’opinione, eppure nella scuola, anzi nella #buonascuola, i conti non tornano. Mancano all’appello quasi 4000 prof, esattamente 3.817, della classe A028 relativa all’insegnamento di matematica e scienze nella scuola secondaria di 1° grado. La chiamano “la crisi delle vocazioni”. Pare che insegnare a far di conto sia meno attrattivo che contribuire a sviluppare il pensiero critico e la percezione del sé. L’aridità dei numeri, si dice. Eppure tutto è matematica, se vogliamo. E’ la logica di qualsiasi cosa. Il nostro mondo, la nostra quotidianità è scandita da numeri, ore minuti e secondi, giorni della settimana del mese dell’anno, il ciclo delle 4 stagioni, la musica, i tempi di cottura dei cibi e quelli passati a far la fila negli uffici o nei supermercati sono solo alcuni esempi. Nonostante ciò quei numeri arrecano diversi mal di pancia. E non solo agli studenti a quanto pare.

Sempre più laureati in matematica disertano le cattedre, tanto che si è venuta a creare una vera e propria emergenza. L’ultima delle tante della pasticciata riforma della ditta Renzi-Giannini.

Questi prof, cercati col lanternino tra le varie graduatorie, compresa quella dei vincitori di concorso, non si trovano e quelli disponibili sono assolutamente insufficienti a ricoprire il fabbisogno, soprattutto al Nord, Lombardia in primis. Quale, il rimedio? Ricorrere alle supplenze non sarà semplice, i prof classe A028 mancano quasi del tutto anche nelle graduatorie d’istituto a cui attingere. Un vero rompicapo per i dirigenti scolastici che tra poco più di un mese dovranno riaprire i battenti scolastici con migliaia di cattedre vuote.

Quali le cause? Individuarle è altrettante complicato quasi quanto riacciuffare questi matematici allergici al gesso delle lavagne su cui tracciare teoremi o calcolare aeree e perimetri di figure geometriche. Sui buchi creatasi la ministra Fedeli ha detto la sua: “La mancanza di alcune professionalità nella scuola è anche il frutto dello svilimento, negli anni, del valore della docenza dovuto alla scarsa attenzione che c’è stata nei confronti del sistema di istruzione, sia in termini di investimenti, che di capacità di visione “. Vero. Anche se una delle concause. Delle quali la ministra dovrebbe interrogarsi e fare il mea culpa visto che dello svilimento della professione e dell’esiguo stipendio (contratto bloccato dal 2008, con promesse di rinnovo stile elemosina) a fronte di nuovi e sempre più impegnativi carichi di lavoro, è direttamente responsabile la politica, dei governi di centro destra e centro sinistra in egual misura, con la stoccata finale dell’ultima riforma imposta dall’ex premier Renzi con il voto di fiducia. La più osteggiata e contrastata di tutte le riforme varate. Lo sciopero del 5 maggio del 2015 che ha riportato nelle piazze il 90% dei lavoratori della scuola ne è la controprova. Il nodo, sostengono i sindacati, anch’essi corresponsabili dello status quo, è a monte: sono pochi i laureati in matematica. E quelli che arrivano al traguardo si dirottano verso il mondo della ricerca (e quasi sempre fuori dai confini nostrani) o verso altre e più remunerative attività lavorative.

La conseguenza è che una cattedra su tre rimane vacante. Con quel che ne consegue.

Nell’occhio del ciclone le università , ree di essere poco attrattive poiché i corsi di laurea vengono percepiti come vetusti, assolutamente non contestualizzati alle esigenze odierne, e la figura del docente vissuto come un sottoprodotto del matematico. La docenza, insomma, l’ultima ipotesi da prendere in considerazione. Soprattutto dal genere maschile. La femminilizzazione della scuola è un fatto acclarato, oltre l’87% delle cattedre è rosa. Tralasciando le analisi sociologiche, frutto di antichi retaggi culturali che vedono il genere femminile maggiormente dedito alla cura/assistenza/educazione di bambini e ragazzi, i perché sono tanti e arcinoti. Il principale, senza ombra di dubbio è direttamente proporzionale alla diminuzione del prestigio sociale della figura dell’insegnante. Diretta conseguenza degli stipendi da fame, della mancata progressione di carriera, dell’ ingresso nell’insegnamento non prima dei 40/45 anni, del lavoro sommerso non riconosciuto e tanto altro ancora. Non meravigliamoci pertanto se il cosiddetto sesso forte scappa a gambe levate da questa professione, per poi ricomparire magicamente come professori ordinari-associati nelle Università (con prestigio e stipendio decisamente più consistente) o come ricercatori all’estero con tutt’altre prospettive rispetto alle nostrane.

Come uscirne? Non sarà semplice né indolore né tantomeno immediato.

Ridare credibilità e prestigio sociale, parificando l’attuale stipendio con quello percepito dai colleghi europei, potrebbe costituire un inizio. Così come rimettere al centro l’educazione e l’istruzione, nei fatti e non nelle chiacchiere delle campagne elettorali. E non solo per “riportare all’ovile” i prof di matematica. Sarebbe un nuovo inizio per l’intera classe docente. Di più: per la collettività tutta.
Ma per cambiare verso servirebbe una Politica con P maiuscola. Dove trovarla?

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