DI ANGELO DI NATALE

Due anni e mezzo dopo l’elezione al Quirinale scopriamo di avere, forse, un capo dello Stato diverso da quello che avevamo sempre creduto. Diverso anche dai tratti caratteriali esibiti dall’uomo Sergio Mattarella in tutta la sua precedente vita – pubblica per almeno 35 anni, dall’assassino mafioso del fratello Piersanti, prima dell’elezione alla carica più alta – contrassegnata da un lungo impegno politico e istituzionale.
Sulla sagra delle ovvietà e sul ricchissimo campionario di frasi di esclusiva valenza tautologica, con tanto di vuoto di espressività mimica, sono piene le cronache alle quali ha potuto attingere a piene mani Maurizio Crozza.
Non crediamo di esagerare se cogliamo una rottura radicale, non sappiamo se slancio di un momento o avvio di un piglio istituzionale nuovo, nelle frasi pronunciate ieri da Sergio Mattarella dinanzi agli ambasciatori italiani riuniti alla Farnesina per la loro dodicesima conferenza, presente peraltro il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Una presenza questa che non è secondario rilevare, se si considera che uno dei bersagli delle parole, per una volta nette e chiare, di Mattarella è proprio la Francia in relazione alla convocazione solitaria all’Eliseo da parte di Macron dei due capi libici Al Serraj e Haftar.
Mattarella ha chiesto <<una discussione collegiale seria e responsabile, senza battute estemporanee al limite della facezia…>>. Se a palazzo Chigi ci fosse ancora Renzi, campione imbattibile per battute e facezie, nessuno avrebbe avuto dubbi su chi fosse, o quanto meno meritasse di essere prima di chiunque altro, il destinatario di una petizione così tranchant. Ma oggi abbiamo Gentiloni che semmai del Mattarella noto fino a ieri sembra la fotocopia, tutto proteso verso l’ovvio, il minimo dovuto, il convenzionale pacifico ecc…
Ma, soprattutto, il capo dello Stato si rivolgeva ai governi che in Europa contano davvero, a difesa del nostro Paese derelitto e degli esecutivi che, o con la faccia compunta e rassegnata del povero Gentiloni o con quella pretenziosa del “ragazzo” di Rignano, di tale condizione immutabile sono specchio e causa.
Per capire meglio bisogna rileggere quest’altra frase pronunciata ieri dal capo dello Stato: <<Sono certo che lo stesso metodo di fermezza negoziale usato per risolvere il problema delle banche sarà quello che ci consentirà di superare i numerosi ostacoli sul tema più rilevante oggi di fronte all’Unione europea, la gestione del fenomeno migratorio di carattere autenticamente comunitario>>.
Qui la supplenza al nostro povero governo, e al tempo stesso la critica per la gestione del dossier banche, è lampante.
Sulla mancanza di una politica adeguata in fatto di immigrazione l’Italia, a tratti generosa ma pasticciona e inconcludente (quando non schizofrenica e suicida, come nel caso di Triton da cui Renzi pretese l’esclusiva degli sbarchi sulle coste italiane, in cambio di flessibilità da spendere in bonus elettorali) ha svelato a tutti la sua debolezza, ricevendo puntualmente porte sbattute in faccia con contorno di battute di scherno. Deve averlo capito perfino Mattarella se ieri ha deciso di cambiare registro facendo violenza al suo carattere e al suo linguaggio.
Ma questa supplenza non è solo sul tema dell’immigrazione o rispetto al governo tout court per la sua modestissima cifra politica. Il Mattarella che non t’aspetti questa supplenza la mette in campo pesantemente in politica estera, uno dei fronti più penosi e impresentabili dell’Italia da febbraio 2014, quando si insediò il governo-Renzi, con la tara impietosa del duro raffronto rispetto al breve periodo precedente del governo-Letta (ministro Emma Bonino).
Tra l’evanescenza della Mogherini, il silenzio del Gentiloni formato Farnesina (qualcuno ricorda qualcosa?) e l’inconsistenza di Alfano uomo di proiezioni familiari e clientele provinciali più che di relazioni internazionali, chi da quasi quattro anni avrebbe potuto dare un minimo di parvenza alla pretesa italiana di esistenza in vita nella comunità internazionale? (che semmai vede in azione Minniti, ieri in Africa a stringere accordi per contenere i flussi, più che l’attuale ministro degli Esteri).
Ecco perché anche su questo punto le parole di Mattarella (non sappiamo se prima di un ritorno nel mondo invisibile di prima) sembrano pronunciate da un altro capo dello Stato: <<necessaria un’accurata riflessione sulle direttrici di base della politica estera dell’Italia>>.
E’ presto per dire se le parole di ieri hanno seppellito per sempre lo stile imbalsamato dell’uomo del Colle o se ne hanno rappresentato l’eccezione di un giorno: <<l’indispensabile processo di revisione dei trattati è in funzione di scelte politiche intorno ad opzioni differenti: arrendersi all’irrilevanza, inaridirsi nell’inedia dell’inconcludenza, oppure riprendere con decisione il percorso di integrazione>>.
Sapevamo già che l’Italia non conta nulla in Europa e che questa è un disastro. Ora ce lo ha detto Mattarella. Che l’Italia ora abbia almeno un presidente?
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