DI PINO APRILE
L’inno di Mameli, “provvisoriamente” nazionale dal 1946, potrebbe diventare definitivo entro fine mese. C’è l’approvazione della Commissione Affari Costituzionali della Camera, su proposta di un deputato di Fratelli d’Italia e uno del Pd. La Lega acconsente, fingendo di fregarsene (“Non ci interessa”).
L’allegra marcetta, che mal si concilia con la pomposità del testo, può piacere o no, e non è peggiore di altri inni nazionali. Ma di sicuro rappresenta bene l’Italia, perché ci sono molti dubbi (per andarci leggeri) sul fatto che Goffredo Mameli ne abbia davvero scritto il testo. Lo storico Aldo Alessandro Mola, insospettabile autore di uno studio imponente sulla massoneria italiana, lo sostiene con argomenti solidi: il ragazzo Mameli, poco portato allo studio, secondo sue stesse ammissioni e con qualche sgrammaticatura di troppo, non sarebbe stato in grado di partorire quei versi. Al contrario, quello stile e quei temi aulici erano propri dell’abate Anastasio Canata, maestro di Mameli.
Il che porta al sospetto che l’inno di Mameli sia, in realtà, di Canata.
E, comunque, siamo all’unico caso di canzone ricordata con il nome dell’autore (presunto) del testo e non della musica, il maestro Michele Novaro. Dite “L’Aida di Antonio Ghislanzoni”? “Il Rigoletto di Francesco Maria Piave”? O di Giuseppe Verdi?
Quindi è giusto che l’inno di Mameli rappresenti l’Italia, perché ne è la fotografia e la sintesi: un testo forse rubato, con una musica incoerente, tramandato con il nome di chi avrebbe (e magari no) scritto i versi, togliendo il diritto di attribuzione non solo al possibile vero autore delle parole, ma addirittura al compositore della musica.
Non si poteva far di meglio, nel Paese in cui la ministra all’Istruzione figura laureata in biografia ufficiale e non ha nemmeno la maturità; la ministra alla Pubblica amministrazione si è laureata con una tesi con lunghi brani copiati (non da Anastasio Canata).
L’inno d’Italia avrebbe dovuto essere La canzone del Piave, di Giovanni Ermete Gaeta, noto come E. A. Mario, uno dei più grandi esponenti della musica napoletana. Ma Alcide De Gasperi non digerì il suo “no, grazie“, quando gli chiese di scrivere l’inno della Democrazia Cristiana, e indispettito, preferì l’inno di Mameli a La Canzone del Piave.
Ditemi se poteva esserci qualche altro brano (oddio… Fin che la barca va?) a rappresentare meglio un Paese che si dice (senza scoppiare a ridere) nato dall’impresa di Mille armati con cento fucili, contro centomila soldati tutti muniti del loro bel fucilino… e “unito” con massacri, truffe, saccheggi, corruzione e ideali traditi, per rendere gli italiani non più “calpesti e derisi” (a parte quelli del Sud, ovvio: «Calpestati, ci ribellamo», spiegò un “capobrigante”, al processo: uno delle tante piccole Norimberga, con cui il vincitore di una guerra non dichiarata condannava i vinti aggrediti).
Un inno perfetto per ricordare, ai terroni, da quando e perché sono ancora “calpesti e derisi”.
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