DI ALBERTO TAROZZI
Chi ucciderà l’Europa, si chiede Marco Bascetta su il Manifesto di oggi. Seguono una serie di considerazioni intelligenti che spingono l’autore a identificare i futuri killer nei paesi del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e nel loro nazionalpopulismo l’arma di distruzione del collante che dovrebbe tenere in piedi la Ue.
Un dubbio. Non sarà che per caso l’Europa abbia già esalato l’ultimo respiro? Non sarà che, soprattutto gli utimi anni di feroce liberismo economico e di farsesca pseudointegrazione politica, abbiano già sferrato il colpo di grazia a un progetto di peraltro difficile attuazione?
Se così fosse non è però che l’operato dei paesi di Visegrad sia da considerare innocente. Alla distruzione di una Europa possibile e ragionevole, tali paesi hanno già contribuito, anche se non da protagonisti.
Oggi però, più che in vesti da killer, essi ci appaiono nelle vesti di beccamorti, impegnati in un lavoro che ”a tutti non piace” per conquistare la ”vanga d’oro”, per dirla alla De André, assegnata a coloro che hanno svolto un’opera di accurata sepoltura del cadavere.
E’ stato un processo graduale e differenziato iniziatosi con la fine dell’impero sovietico e del “socialismo reale” di cui questi paesi rappresentavano una delle periferie.
Repubblica Ceca.
Tutto ebbe inizio con Vaclav Havel, anticomunista, filooccidentale e soprattutto filostatunitense a prova di bombe (propose la Presidenza del paese a Madeleine Albright, cittadina Usa di origini ceche massima sostenitrice delle bombe su Belgrado e su Baghdad).
Comunque sia tenace fautore del pensiero liberale, sia dal punto di vista politico che da quello economico, in perfetta antitesi con l’aria che tira oggi da quelle parti.
Evidentemente la sua visione del mondo non fece proseliti a sufficienza. Dal 2003 gli seguì, alla Presidenza, l’euroscettico Vaclav Klaus, che con lui aveva in comune soltanto il nome.
A seguire Milos Zeman, a parole socialdemocratico per un po’, poi fondatore di un Partito dei diritti civili più vicino ai nazionalpopulisti.
Sicuramente più tenero di Havel con Mosca, tanto da definire il complessino delle Pussy riot anti Putin “perverse e merde”, che nella bocca di un Presidente suona un tantino anomalo anche per noi, che per le pussine non stravediamo di certo.
Il governo attuale parrebbe far convivere il diavolo e l’acqua santa, vale a dire i populisti dell’Ano (una sigla che sta per ”cittadini insoddisfatti”) e socialdemocratici non-anti Ue. I secondi in crisi, come il governo di coalizione, i primi in crescita, nonostante un capo accusato di nefandezze economiche.
Slovacchia
La fine del socialismo aveva determinato una separazione con Praga da tutti elogiata a modello di moderazione. Gli slovacchi si erano orientati a una maggiore continuità con lo statalismo del socialismo reale, ma senza rompere ad ovest. Difficile però classificare secondo termini consueti gli schieramenti.
Fatto si è che l’attuale maggioranza è costituita da socialdemocratici, sinistra o giù di lì, più un partito che da noi viene definito pudicamente ”nazionale”, anche se il termine ”narodna” andrebbe invece tradotto con popolare o se preferite populista, un populismo che non ha di certo la dignità, ambigua quanto volete, di movimenti tradizionali di un tempo che fu di grandi trasformazioni.
Comunque sia il governo che ne è venuto fuori potrebbe essere definito di ”sinist/dest”, in quanto che ha messo insieme una forza di centrosinistra con una di destra scavalcando centro moderato e centrodestra.
Sicuramente la loro idea di Europa è a dir poco vaga e sfuggente.
Di Ungheria, per un verso, e di Polonia, per l’altro, si è già parlato in molte occasioni.
Anzi, dapprima si additava come nemico la sola Ungheria, visto che il suo leader, oltre che liberticida, statalista e reazionario, amicheggiava pure con Mosca.
A Varsavia giovava un glorioso passato in quel di Tastevere, l’odio viscerale per i russi che ne facevano un fedelissimo alleato della Nato e amico dell’Ucraina, oltre a un buon rapporto col Pil, cresciuto più che altrove grazie a una gestione del Fondi europei sicuramente positiva.
Ultimamente però troppe sono state le mosse fatte in accordo con Budapest. Il no ai migranti, le proposte costituzionali liberticide, le violazioni dei diritti delle donne e nemmeno un cieco poteva usare il metodo dei due pesi e due misure.
Scrivevamo all’inizio che questo gruppo di paesi ci appare, più che un’associazione di killer dell’Europa, una truce combriccola di becchini. Gente che nella Ue ci si è accomodata quando si è trattato di raccogliere finanziamenti, ma che, quando si è trattato di restituire, si è esibita in una precipitosa marcia indietro.
In fondo che colpa ne hanno loro se il capitale finanziario padrone della Ue ha istigato all’accoltellamento gli stessi seguaci del neolibeirsmo? Se i paesi forti come la Francia hanno cercato di far valere un contrappeso solo sul piano del neocolonialismo militare? Il popolo si è rivolto altrove, trovando niente di meglio né di peggio, che progetti nazionalistici e identitari di destra.
Che colpa ne hanno se i paesi guida e i ragazzi del coro occidentale come l’Austria, al momento dell’accoglienza dei profughi, stanno dando cattivi esempi a non finire? Loro, i pesci piccoli, si adeguano con gioia.
L’onda della globalizzazione neoliberista ha sepolto il corpo fragile di un’Europa dal volto umano, quella che avevamo intravisto nei lineamenti di Alexander Dubcek, la volta che avevamo avuto la fortuna di conoscerlo di persona.
Al momento in cui l’onda si ritira, la risacca lascia sulla sabbia rottami, escrementi e cadaveri. I paesi di Visegrad si sono assunti l’onere di seppellirli, ma forse rischiano di scivolare nella fossa pure loro.
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