DI NICOLA BORZI
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Gli italiani sono da molti decenni abituati a pensare al loro ambiente come all’Eden, il giardino perfetto immutabile autosufficiente. Un ecosistema che troppi immaginano si sia realizzato da sé. Invece no: immensi lavori di bonifica e sistemazione sono durati secoli. Senza di essi la pianura padana sarebbe un bosco paludoso, i litorali un acquitrino infestato dalla malaria, le colline e le montagne ammassi di rocce franose. Certo, tutto questo lavoro ha consumato non solo capitali, ma le vite reali di decine e decine di generazioni di italiani. Ancora oggi buona parte del nostro ambiente è fruibile grazie al loro sacrificio. Ma stiamo vivendo di rendita, una rendita sempre più magra e incerta che continuiamo a dilapidare. Consumo di suolo, opere devastanti e non necessarie, inquinamento tormentano e distruggono alcuni degli ambienti più instabili e complessi che vi siano in Europa. Su tutto campeggia l’assenza di programmazione e la mancanza di una progettualità, la dispersione delle risorse, l’ignoranza (quando non la devianza) di decisori ed elettori.
Gli italiani si ricordano dell’ambiente quando vi sono costretti da calamità e disgrazie, da siccità o alluvioni, frane e terremoti, lahar e dissesti. Nel resto del loro tempo, gironzolano per quello che resta del loro giardino come turisti inconsapevoli e stupefatti. Ma nessun giardino dura se non viene costantemente e amorevolmente curato.
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