DI LUCIANO ASSIN
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NOSTRO CORRISPONDENTE A TEL AVIV
Con un perfetto e velocissimo flik flak Nethanyau è riuscito a risolvere l’ennesima crisi politica internazionale di cui continua ad essere un indiscusso protagonista. Questa volta l’inaspettata soluzione è arrivata da un increscioso conflitto a fuoco avvenuto all’interno dell’ambasciata israeliana con sede ad Amman.
Per una volta tanto sia la versione israeliana che quella giordana sono concordi. Un operaio giordano intento a effettuare delle riparazioni nell’appartamento di un responsabile della sicurezza israeliano ha tentato di assalirlo con un cacciavite, da lì si è sviluppato un conflitto a fuoco nel quale oltre all’assalitore è rimasto ucciso un’altra persona presente nell’appartamento.
I giordani, contrariamente alla convenzione internazionale di Vienna che garantisce l’immunità diplomatica, hanno impedito a tutto lo staff israeliano l’evacuazione verso Israele. Le trattative susseguitesi nel corso della notte sono riuscite a salvare capra e cavoli, almeno all’apparenza. Nethanyau è riuscito a defilarsi da una situazione insostenibile smontando i metal detector installati in prossimità della spianata delle moschee, riducendo al minimo gli attriti coi paesi arabi più moderati e col mondo musulmano.
Il re giordano Abdallah II può segnare a suo favore lo smantellamento degli apparati elettronici che avevano portato alla crisi attuale rafforzando, almeno sul piano internazionale, il suo prestigio.
Ma la crisi è solo rimandata, per non perdere completamente la faccia il governo israeliano ha annunciato l’intenzione di impiantare una serie di telecamere “intelligenti”, che attraverso un sofisticato data base sarebbero in grado di rivelare possibili sospetti e addirittura la presenza di armi sotto le vesti. Il tempo necessario per un’operazione del genere è di almeno due mesi, taratura del software necessario esclusa. Ma visto che l’appetito vien mangiando i rappresentanti del movimento islamico hanno già dichiarato di essere contrari a qualsiasi modifica dei sistemi di sicurezza vigenti sulla spianata antecedenti la data del 14/7 quando si verificò uno scontro a fuoco fra tre terroristi arabo israeliani e due poliziotti di origine drusa.
La situazione attuale non fa che sottolineare una volta di più l’effimero margine di movimento del governo israeliano. Nethanyau è politicamente ostaggio dei coloni israeliani che dettano le regole e lo hanno di fatto superato da destra dimostrandosi molto più intransigenti del likud, il partito del Premier israeliano. La situazione è ancora più grave se si pensa che il partito dei coloni è rappresentato alla knesset, il parlamento israeliano, da soli 8 deputati su 120.
Questa nuova crisi non fa che profilare i nuovi schieramenti presenti in campo. Da una parte la Turchia, l’Iran, Hezbollah, Hamas e il movimento islamico israeliano che cercano di trasformare l’attuale situazione in una lotta religiosa, riaffermando così che solo l’Islam è responsabile della spianata delle moschee, rifiutando in questo modo qualsiasi presenza o interferenza israeliana. Dall’altra i paesi arabi più pragmatici e moderati, quali l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita e l’ANP contrari a qualsiasi possibile rafforzamento dell’asse sciita.
Indubbiamente Bibi e il suo governo sono usciti a mal partito da questa crisi che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di molto più grande e incontrollabile. Il problema principale è che Israele sta perdendo la sua credibilità e la sua forza deterrente soprattutto agli occhi del mondo arabo.
E in un quartiere come quello del vicino oriente se perdi la tua fama di duro ti trovi subito nei guai, basta vedere i dirimpettai dello stato ebraico, vicini e lontani.
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