DI GIULIO CAVALLI

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«All’epoca io avevo solo 7 anni. Sono cresciuta con la mamma, tra Milano e Roma. Ora papà è stato ricoverato in un centro privato qui a Roma e io posso vederlo di più. Fosse venuto prima, tante cose non sarebbero successe e penso anche alla vicenda dei maltrattamenti da parte del badante. Piano piano sta migliorando, ma chiaramente non sono miglioramenti eclatanti: sono piccole cose che solo una persona dentro questa situazione può capire e apprezzare. Prima papà con la sinistra riusciva a scrivere e a disegnare. Ora non più. Ma ci siamo sempre parlati con gli occhi».

A parlare è Ginevra Nuti, figlia del regista Francesco che da undici anni vive non autonomo e privo di parola. Francesco Nuti è uno che finisce tra le notizie del giorno per la sua storia, il suo talento e la sfortuna dei suoi ultimi anni ma di figli che parlano con gli occhi ai propri genitori e se ne fanno carico per il resto della vita qui, in Italia, ce ne sono migliaia anche se non li racconta nessuno.

Perché in fondo questo è un Paese (anzi, è diventato) in cui invecchiare o essere cronicamente malati è un peso che ricade sui figli. Vicende famigliari dolorose e irrisolvibili che rientrano nelle statistiche ma non influenzano il dibattito pubblico o politico. Tra i rovesciamenti di questo tempo ci sono i dolori centellinati di chi non riesce nemmeno a soffrire rumorosamente ma si usura un poco al giorno: le facce dell’assistenza le trovi nelle sale d’aspetto degli ambulatori sovraffollati e sono figli che si ritrovano a fare da badanti e da tutori ai genitori che per l’economia sociale sono diventati un fastidioso peso.

Non è quindi solo la storia di Ginevra. No. È la storia di molti che solo per un caso ieri ha trovato un po’ di spazio. Uno spazio piccolo che meriterebbe un’attenzione enorme.

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