DI ALBERTO TAROZZI
Storico accordo a Parigi tra le parti in conflitto in Libia: foto di rito della stretta di mano tra Sarraj e Haftar. Tra i due Macron, il leader di un paese che quella guerra ha provocato e che delle sue conseguenze (i profughi) se ne fotte. Lasciata fuori l’Italia, il paese che più è rimasto danneggiato dalla guerra e che maggiormente ha lavorato per la pace e sull’accoglienza.
Certo una pesante sconfitta d’immagine per l’Italia e l’immagine in politica conta, ma non è tutto. Di cos’altro va tenuto conto?
1) L’accordo comporta una tregua, promessa di elezioni e buoni propositi per il futuro, dunque un governo stabile con cui trattare finalmente la vicenda profughi. Qualcosa che ci sta pure bene, ma che non gestiremo in prima persona. Però a monte una domanda. Come finiscono di norma gli “storici accordi”? Scongiuri a volontà.
Le conseguenze fallimentari e tragiche degli storici accordi di pace di Oslo (1993) sulla questione israeliano-palestinese o di quelli di Dayton nel 1995 sulle guerre nei Balcani sono nella memoria di tutti. Bastasse una foto e tutti vivrebbero felici e contenti. Nel bene e nel male, quella stretta di mano non conclude la vicenda.
2) Pare un gioco di parole chiedersi “come va Misurata” (con la M maiuscola) la questione; perché l’accordo non tiene conto delle azioni belliche di una terza forza, i ribelli di Misurata, che anche recentemente si è fatta sentire con azioni militari a Tripoli. Invece, a ben vedere, l’accordo si è potuto fare anche per ricompattare i nemici di oggi contro un gruppo militarrmente forte, principale causa della sconfitta dell’Isis, ma anche referente dell’Islam, che rimprovera a Serraj l’avvicinamento con il laico Haftar.
Come prenderanno la cosa, in quel di Misurata? Svolgeranno azioni militari che riprodurranno l’ingovernabilità del paese? Cosa succederà ai profughi?
3) Non nascondiamoci che la guerra è stata scatenata dalla Francia per fare sloggiare la nostra Eni dal paese e sostituirla con la Total. Da questo punto di vista per la Francia ha prodotto ben poco. Al protrarsi di un conflitto ingovernabile la diplomazia francese se l’è data a gambe mentre quella italiana ha tenuto duro. Altrettanto ha fatto l’Eni. Il rifornimento energetico in Libia dipende oggi dall’Italia e se ce ne andassimo il Paese resterebbe al buio. E’ pensabile che per la Total sostituirci non sia così semplice come per Macron farsi ritrarre in una foto. Certo per la Total i giochi si semplificano e per l’Eni si complicano, ma la partita resta aperta.
L’importante, per noi, è non crogiolarsi in un piagnisteo vittimista e riprendere la lotta con le armi della diplomazia, sulla questione dei profughi e su quella petrolifera. Avere perso un round non significa essere andati ko.
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