DI LUCA SOLDI

image

La “picciridda” di Partanna, Rita Atria, ripudiata dalla mamma andò a vivere in una località protetta con la cognata. In quella realtà piena di conflitti e solitudine Rita Atria appena diciassettenne, ma con un peso e una responsabilità da donna adulta troppo grandi per lei, si legò a Paolo Borsellino, all’epoca a capo della procura di Marsala, come ad un padre.
Si unì in un forte legame fatto di amore per la libertà e la giustizia.
In un profondo sentimento di rispetto per la democrazia.
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. – ebbe a scrivere questa ragazza qualche giorno prima di morire – Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono i mulini a vento saranno uccisi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi. Ma io senza di te sono morta”.
Rita Atria, in una forza incredibile ebbe la volontà di lottare contro tutto e tutti.
Ebbe “fame e sete di giustizia”, denuncio la sua stessa famiglia ed il sistema vincente nelle sua terra.
Tutto per portare avanti un sogno coraggioso ma non impossibile: “Forse un mondo onesto non esisterà mai, – scriveva prima della morte di Borsellino – ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.
La strage di via D’Amelio la devasto e così, la “picciriddda”anche lei sola, si gettò dalla finestra del suo rifugio romano, uccidendosi, il 26 giugno del ’92.
Il suo anche se fu un suicidio dobbiamo considerarlo ennesimo e crudele omicidio da aggiungersi all’elenco delle vittime di mafia.
Annunci