DI PIO D’EMILIA
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Ha 35 anni, padre iracheno, madre danese. Quando ha visto in tv il dramma dei profughi, dei suoi “fratelli” si è precipitato a Lesbo, e con un gruppo di amici ha fondato un’associazione, “Team Humanity”. Ha salvato centinaia di profughi, sempre in stretto contatto e collaborazione con la guardia costiera. Poi, improvvisamente, qualcosa è andato storto. Un dispetto, un sgarbo, lui non lo dice. Fatto sta che una mattina, dopo aver come sempre avvertito la guardia costiera che c’era un gommone in arrivo e che si sarebbe avviato per individuarlo, si è ritrovato accerchiato da tre navi militari. L’hanno fermato, issato a bordo senza tanti complimenti e dichiarato in arresto. L’accusa, tanto infamante quanto improbabile era di “contrabbando di esseri umani”. Di essere uno scafista, insomma. Lui non ci vuole credere, e in carcere si fa anche una selfie sorridente, convinto si tratti di un malinteso, o di uno scherzo. E’ invece è una cosa seria. Dopo aver inutilmente cercato di ottenere una confessione, le autorità greche lo rilasciano, ma su cauzione e con l’obbligo di firmare ogni settimana. Viene rinviato a giudizio: l’udienza sarà il prossimo maggio, e se condannato rischi l’ergastolo. Nel frattempo lui continua a lavorare per i profughi: ha aperto un centro culturale e ludoteca per donne e bambini. “Io sto volentieri qui, oramai è casa mia – dice – solo che vorrei poter visitare, ogni tanto, la mia famiglia” Ecco la sua testimonianza

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Lesbo, la storia di Salam, accusato di essere uno scafista | Video Sky – Sky TG24 HD
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