DI LUIGI MANCONI
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Ibrahim Manneh è morto così, tra i dolori lancinanti e – dicono – tra l’indifferenza generale. Ha provato a chiedere aiuto: prima ai sanitari dell’ospedale Loreto Mare, a Napoli, poi a due farmacisti, ai Carabinieri, agli operatori del 118, persino a un tassista. È morto in totale solitudine, appena giunto di nuovo al pronto soccorso.
Ma veniamo ai fatti. Ibrahim ha 24 anni. Lascia la Costa d’Avorio nel 2010 e raggiunge l’Italia, entrando poi in contatto con gli operatori di “Je so pazzo”, centro sociale della città partenopea. Qui, Ibrahim – che è persona attiva e parla cinque lingue – comincia a prestare attività volontaria come interprete: aiuta gli altri rifugiati e i ragazzi appena giunti dai Centri di Accoglienza Straordinaria traducendo informazioni e indicazioni operative.
È il 9 luglio quando il giovane, in preda a dolori lancinanti all’addome, si reca in ospedale. Chiede di esser visitato e, poco dopo, viene dimesso. Torna a casa, i dolori persistono, se ne aggiungono altri fortissimi alle articolazioni. Ibrahim attende, spera che l’iniezione fatta al pronto soccorso sortisca effetto.
In serata, però, le condizioni peggiorano ulteriormente. Il giovane chiama in aiuto il fratello e alcuni amici. Raggiungono insieme una farmacia, in Piazza Garibaldi. Il dottore di turno non apre la porta ma si rende conto della gravità della situazione. Chiama un’ambulanza che, però, non giungerà mai sul posto. Ibrahim ora è riverso a terra, chiede aiuto, sta per perdere conoscenza. Lì vicino gli amici scorgono una gazzella dei carabinieri, pregano i militari di soccorrere il giovane ma questi si limitano a intimare ai presenti di allontanarsi.
In questa triste sequela di omissioni è la volta allora di un tassista fermo in Piazza Mancini che si rifiuta di trasportare l’ivoriano in ospedale perché, si limita a dire che “non ha l’autorizzazione della Polizia” (?). Ibrahim, che ora non riesce più a deambulare, viene portato a braccia dal fratello fino a una seconda farmacia della zona. Qui si limitano a consigliargli alcuni farmaci, che tuttavia non hanno alcun effetto, e – da lì a poco – il giovane inizia a dare di stomaco.
È passata la mezzanotte quando squillano i telefoni di alcuni appartenenti al centro sociale: ascoltano la richiesta dell’ivoriano, le urla, la sua disperazione. Contattano così un’ambulanza chiedendo agli operatori di recarsi presso l’abitazione del giovane. Dal 118 giunge una risposta netta: il mezzo di soccorso non può essere inviato per “un ragazzo che vomita”, per questa problematica – dicono – occorre rivolgersi alla Guardia medica. Ecco, allora, che Ibrahim viene trascinato di peso, in stato di incoscienza, verso Piazza Nazionale.
Durante il tragitto gli amici incontrano una seconda gazzella dei Carabinieri, ma anche stavolta i militari non prestano soccorso. Il medico di guardia si accorge immediatamente delle gravissime condizioni in cui versa il ventiquattrenne. Richiede un’autolettiga che, a questo punto, giungerà celermente. Sono le due e trenta del mattino quando, arrivato in ospedale, Ibrahim viene condotto d’urgenza in sala operatoria. I familiari non otterranno alcuna notizia sul suo stato di salute fino alle undici del mattino, quando verrà comunicato loro il decesso.
Qualche ora più tardi però – secondo quanto dichiarato dai militanti del centro sociale – i medici specificheranno che il cuore di Ibrahim avrebbe cessato di battere già prima dell’operazione, in seguito alle criticità determinate dalla perforazione dell’addome. La causa? Un’ulcera duodenale, come documenterà più avanti l’autopsia.
Ora, quanto fin qui raccontato è il risultato di informazioni e testimonianze “di parte”: tuttavia non una di queste notizie è stata smentita adeguatamente. E il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha sollevato sin dal primo momento interrogativi sulla correttezza del comportamento di molti attori della vicenda.
Se le circostanze denunciate venissero confermate, saremmo di fronte a qualcosa di terribilmente grave. Si dirà: fatti del genere capitano di frequente, indipendentemente dalla nazionalità delle vittime. E non si può che essere d’accordo. Ma c’è una perplessità che corre, sottile e molesta, lungo tutta la dinamica di questa storia, un sospetto insidioso, una inquietudine difficile da sopire: sembra, insomma, che il colore della pelle del ventiquattrenne ivoriano non sia stato indifferente nell’accumularsi di sciatteria e ostilità, pressapochismo e disprezzo, inciviltà e discriminazione che ha determinato quella morte.
http://www.huffingtonpost.it/luigi-manconi/una-storia-di-ordinaria-intolleranza_a_23050971/?utm_hp_ref=it-homepage
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