DI DOMENICO BALDARI
“L’idea è che serva un’inversione di rotta non solo rispetto a Renzi ma anche a ciò che lo ha prodotto”. Questa è una frase pronunciata da Tomaso Montanari durante una puntata di ‘In Onda’ al cospetto dei due conduttori e del gran cerimoniere Paolo Mieli che forse ha provato un moto di fastidio o di timore sotto la cera impassibile di chi è abituato a tessere la tela intricata -e talvolta bucata- del potere italiano. Se non ha provato fastidio o timore, di sicuro non è sfuggito a Mieli che la frase contiene un’insidia sottile per chi -attraverso il controllo dei principali media- inventa personaggi e tendenze o li contrasta, per chi fa e disfa secondo interessi superiori, per chi governa la pubblica opinione di un Paese privato da decenni di una vera guida ideale e politica.
La frase preoccupa perché racchiude il desiderio di comprensione del reale di una parte minoritaria, ma non irrilevante, della pubblica opinione. E’ una parte di società che vuole interrogarsi a fondo sulle cause del ‘renzismo’, un fenomeno che ha riconosciuto presto -se non immediatamente- come l’ennesimo vicolo cieco della nostra politica, l’ennesima fuga collettiva dalla responsabilità e dalla fatica della partecipazione alla vita pubblica, l’ennesima attesa di un prodigio, attesa indotta da un concerto mediatico mai così all’unisono e mai così equivoco.
La frase descrive bene anche la personalità di Tomaso Montanari, ordinario di storia dell’arte nell’università, brillante studioso del Caravaggio (suo lo splendido programma di Rai5 ‘La vera natura di Caravaggio’), uomo di passione civile come testimoniano l’impegno per il ‘No’ alla boschiana riforma costituzionale e, prima ancora, la denuncia di una incredibile vicenda svoltasi a Napoli a partire dal 2011: il saccheggio della Biblioteca dei Gerolamini (https://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_dei_Girolamini) con esiti giudiziari che hanno svelato un sistema di corruzione impressionante, fino al coinvolgimento di gradi alti della pubblica amministrazione e del clero. E, come se non bastasse, fino al coinvolgimento del celebre bibliofilo Dell’Utri Marcello quale destinatario -consapevole o inconsapevole- di numerosi preziosissimi volumi.
Montanari appare, dunque, come una figura-simbolo di quell’opinione pubblica non rassegnata all’idea del ‘meno peggio’ che ci verrà imposta ancora una volta nei prossimi mesi. Insomma, è uno di quelli che non rinuncia a capire chi ha voluto che la tradizione della sinistra politica di questo Paese fosse mortificata e buttata nella pattumiera della storia e chi muove i fili delle mediocri marionette che vediamo agitarsi da anni sulla scena politica. Oltre all’intenzione di capire, Montanari ha libertà e autonomia di ricerca ed ha i mezzi intellettuali e culturali necessari alla comprensione di ciò che accade, un’assoluta rarità in un ceto dirigente che ogni giorni si mostra rozzo, inadeguato, ignorante. Forse è questo che rendeva sospettoso e acido il Mieli: sapere di essere davanti a qualcuno che rappresenta una parte di società avvertita e riflessiva, qualcuno che ha una sua cifra intellettuale e culturale, che non accetta imposizioni dall’alto sui modi attraverso i quali ridare rappresentanza a centinaia di migliaia di persone (o milioni) che oggi preferiscono il limbo dell’astensione alla partecipazione politica e al voto. Stando al tema a lui più caro, l’acido Mieli sapeva di essere davanti a qualcuno che ha ben compreso come l’invenzione del ‘Pisapia Federatore’ non sia altro che un bastone gettato tra le ruote di un carro già pesante per fermarne o deviarne il percorso.
I sospetti di Mieli sull’irriducibilità di Montanari sono diventati certezza quando questi -su pressante invito dei conduttori- si è esibito nell’esegesi di ‘Buona ventura’, celebre opera giovanile del Caravaggio. Un giovanotto ricco e ardente di desiderio si fa leggere la mano da una ragazza zingara bella e maliziosa. La zingara, però, sfila la fede dal dito del ragazzo. Voleva essere un gioco nel gioco mediatico intorno all’abbraccio di Pisapia alla Boschi. E come tutti i giochi è giunto presto all’affermazione di una precisa verità: la zingara furba è la Boschi, il ragazzo fesso è Pisapia, la nostra fiducia è la fede che viene sfilata.
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