DI MARIA ANTONIETTA NOCITRA
Sei uno dei più illustri documentaristi italiani, con all’attivo un numero ben nutrito di docu-film. Hai studiato regia al Centro Sperimentale di Cinematografia e poi ti sei dedicato quasi interamente alla regia documentaristica. E’ stato un caso o una scelta ben precisa la tua?
– Sono passati tanti anni dai miei studi al Centro Sperimentale di Cinematografia. In realtà avevo altre ambizioni. E in un certo senso snobbavo un po’ il mondo del documentario. Da ragazzo avevo apprezzato il nostro Folco Quilici e poi Jack Costeau,  ma i miei modelli erano Truffaut e anche Nanni Moretti. Durante il mio percorso di studi al Csc dovetti preparare un documentario sul ghetto ebraico a Roma e, non lo nascondo, affrontai con poca partecipazione questo lavoro. Insomma, non entrai nell’anima di quel luogo millenario. Quell’insuccesso personale mi fece intestardire. Provocò in me un bisogno di sfida. Da li nacque nel 1990 il progetto “Piccola America”. Un viaggio nei luoghi dei vecchi coloni italiani che parteciparono alla bonifica delle ex paludi Pontine. Un’epoca di grandi illusioni (c’era il fascismo), con lati oscuri ma molto stimolante. Da quel film documentario si alimentò una piccola polemica riguardo la mia visione del periodo. Raccontavo dei coloni veneti, friulani ed emiliani portati in Terra Pontina agli inizi degli anni 30,  che in quell’inizio degli anni 90 erano ancora mussoliniani. Fui accusato di revisionismo storico. Io sono antifascista, ma quella polemica infine mi portò bene poiché sollevò un tale polverone che il documentario fu presentato in anteprima al Festival di Locarno e acquistato da Rai 3 e dalla tv franco-tedesca La Sept/Arte.
C’è un fil rouge che collega i tuoi primi lavori agli ultimi?
– Ritengo che un regista debba cercare di sperimentare punti di vista e modalità differenti di regia. Ma spesso ci si ritrova ad essere condizionati dalle proprie ossessioni. La mia, ad esempio, è nel desiderio di raccontare principalmente il mio paese, l’Italia, con le sue miriadi di sfaccettature. Molti miei colleghi, invece, viaggiano spessissimo, raccontando nei loro documentari tradizioni e culture di altri paesi. Io mi sono concentrato sul “Belpaese”. L’Italia mi affascina prepotentemente, da nord a sud. Qualcuno disse che se la Svizzera ha prodotto orologi a cucù, l’Italia ha dato i natali a Caravaggio, un genio dell’arte ma anche un assassino. A me questa ambiguità dell’Italia piace e attrae.
Se il regista di film di finzione ha la missione di raccontare la vita e i sogni in forma romanzata, qual è, secondo te, la missione di un regista di documentari?
– Quella di amare il mondo che ci circonda e viverlo da dentro. Da questo punto di vista ho una visione molto zavattiniana: la realtà può sorprendere più della fantasia. La verità è che oggi abbiamo uno sguardo troppo distratto, chinato sui cellulari. Ricordo che mia madre, quando ero giovane, diceva:”annoiatevi.” Adesso, grazie al mio mestiere, riesco ben a comprendere quel suo ammonimento. Bisogna prendersi il proprio tempo per osservare ciò che ci circonda. Magari in un primo momento non ci accorgeremo di nulla, poi improvvisamente tutto sarà più evidente e chiaro. Possiamo osservare per ore una piazza, e quando alla fine staremo per distogliere lo sguardo, magari ci accorgeremo di un omino seduto su una panchina intento a dipingere, che poi ci racconterà una storia…
Dopo tanta esperienza grazie al tuo lavoro, esiste un modo corretto di osservare il mondo?
– Un modo per guardare al mondo con la giusta attenzione è quello di farlo con gli occhi di un bambino. Bisogna che recuperiamo un senso poetico della realtà se vogliamo scoprire veramente il mondo che ci circonda. La poesia è quanto di più comunicativo e rivoluzionario e politico ci sia rimasto oggi. Non amo il cinema frontale, solamente crudo. A me non piace prendere di petto le cose, preferisco leggere la realtà di lato, trovando strade più impervie e chiedendo allo spettatore di pazientare un po’. Mentre certo meanstream televisivo tratta lo spettatore da bambino viziato, lo accompagna per mano, non considera un pizzico di mistero. Quando fui chiamato dal Vaticano per realizzare L’esercito più piccolo del mondo pensavo avrebbero voluto qualcosa di cerimonioso, celebrativo. Invece mi è stato concesso di raccontare le guardie svizzere anche di fronte a loro possibili crisi di identità e dissidi interiori. Ecco, avevo la possibilità di spiazzare lo spettatore, di condurlo in un percorso non scontato. Ed è stata un’esperienza straordinaria frequentare per mesi il Vaticano anche per questo motivo. Sono credente, ma da allora per molti versi mi sono avvicinato un po’ di più alla Chiesa Cattolica. Mi sembra che Papa Francesco, in questi tempi confusi e disorientati, sia l’unica autorità a promuovere segnali di cambiamento, persino di rivoluzione.
Perché, secondo te, un giovane regista dovrebbe decidere, oggi, di dedicarsi alla realizzazione di documentari?
– I documentaristi un tempo venivano presi quasi per pazzi. Era considerato un fare cinema minore quello del documentario. Il grande Francesco Rosi, quando asserivo che anche lui aveva in certi suoi film (che so, Salvatore Giuliano) uno sguardo da documentarista, si arrabbiava. Oggi per fortuna il mondo del documentario, nella sua accezione creativa e autoriale, è stato sdoganato. Non fa quasi più notizia vedere un documentario programmato in televisione negli orari di punta (ma accade ancora di rado). Detto ciò, credo che, in fondo, esista un solo modo di valutare il cinema e i suoi film:  o buoni o cattivi. E non amo ghettizzare, dunque rifiuto l’idea del documentario come una sorta di riserva indiana. Parlare di documentario ancora oggi serve per capirsi, in quanto c’è qualcosa di diverso dalla fiction nel momento in cui agisci con persone reali in luoghi reali, senza tra l’altro sentirti una sorta di burattinaio.
 E aggiungo che il documentario può avere un significato politico molto forte rispetto al cinema di finzione. Semplicemente per un motivo: la realtà nel presentarsi come tale è sempre scandalosa. Ecco perché certo “cinema del reale” piace poco al potere. Raccontare e interpretare la realtà, attivando un’indagine attraverso i documenti, le testimonianze, i rilievi sul luogo…; insomma, andando oltre l’essere semplici cronisti, può risultare molto scomodo, anche perché manca il filtro della finzione che c’è in un film nel suo significato classico. Essere un documentarista significa anche questo. E se si coltiva uno sguardo laico, aperto sul mondo possiamo persino “muovere” la realtà.
 Regista, docente al Dams e al CSC, saggista e autore, giornalista. Quale tra queste cose ti viene più naturale e quale ti crea più ansia?
– Faccio fatica a scrivere, perché sono un impaziente. E’ un limite in fondo, ma preferisco fare un film che concentrarmi su una sceneggiatura. Mi piace girovagare per le strade, incontrare persone, trovare nuovi stimoli, idee. Ho la testa sempre attiva. Ed è bellissimo fare un mestiere che mi permette di conoscere il mondo sotto mille sfaccettature. Ho cercato sempre di far sì che la passione non fosse travolta dal bisogno, che, insomma, trascinato dalla mia anima cinefila e anche politica, non cedessi a certe facili lusinghe del mercato. E non mi arrendo. Vorrei raccontare ancor più l’anima dell’Italia, anche attraverso il cinema di finzione ed il teatro. In questo momento della mia vita mi sento molto vivace e pronto a nuove sfide.
 Un regista, in genere, dirige gli attori che seguono una sceneggiatura. Come fai a tirare il meglio da personaggi reali e che, non essendo attori, non sono abituati alle telecamere?
– Il segreto è nel non dirigerli. E per farlo devi creare una relazione di piena fiducia. Puoi dare consigli, non certo le battute. Le persone in genere si fidano molto di me, anche perché non amo prevaricare gli altri. Il documentarista è anche un po’ antropologo un po’ psicologo. E prova a  immergersi nell’animo umano attraverso l’immedesimazione nelle persone, stando anche con loro. Io non faccio film su, ma film con.
A settembre la Rai ha messo in programmazione un ciclo di quattro docu-film, “Nel nome del popolo italiano”, che racconteranno le storie di quattro uomini dello Stato morti in circostanze drammatiche. Tu hai narrato le vicende del giudice Vittorio Occorsio, che partecipò al processo per la Strage di piazza Fontana. C’è più immedesimazione in un film di finzione o in un documentario da parte dello spettatore?
– E’ stata una bellissima opportunità occuparsi del Caso Occorsio per la televisione pubblica. Non mi accadeva da anni. Certo davanti alla tv lo spettatore ama riconoscersi in un codice chiaro, più immediato. E c’è da aggiungere che in un film di finzione il messaggio è più facile da cogliere. Passando per il documentario bisogna fare i conti con l’ambiguità del reale (“le persone sono vere, come mi pongo dinanzi a loro?”). In un documentario racconti qualcosa di parziale di una realtà, ma la percezione può essere diversa nello spettatore, quasi totalizzante: questo è il mondo. Mentre invece si offre una fetta molto piccola di mondo e da un punto di vista comunque soggettivo. Sicuramente nel pubblico che vede un documentario scatta un altro tipo di curiosità, che non è solo affidata alla seduzione della narrazione, ma allo sviluppo del tema. E con questa cosa bisogna farci i conti, senza mai smettere di cercare un approccio visivo originale.
La verità è che in Italia la faccenda si fa un po’ più complicata perché c’è sempre stata una certa diffidenza storica verso la realtà. La realtà ha sempre rappresentato il punto di vista degli invasori che si sono succeduti nel tempo. E’ sempre stata imposta dagli “altri”.
Quanto al mio approccio registico, non amo lo sguardo alla Michael Moore,o buoni o cattivi. Preferisco uno sguardo più aperto oltre che attento alle contraddizioni dell’uomo. Col documentario voglio restituire allo spettatore ciò che non vede.  E per farlo certe volte bisogna anche provare  a capire il punto di vista degli altri pur non approvandolo.
Gianmarco Tognazzi è il narratore che racconta Vittorio Occorsio, un giudice che fu vittima del terrorismo negli anni di piombo. Che indicazioni gli hai dato per meglio avvicinare le persone a questa storia?
– Tognazzi, che sarà se stesso nel documentario,  ha il compito di creare il contatto tra la famiglia Occorsio e lo spettatore. La sua voce fuori campo (ma sarà presente anche in carne e ossa)  guiderà il pubblico nella lettura delle vicende che portarono alla morte di questo uomo di legge. Occorsio è stato testimone e cittadino di un’epoca storica determinante per l’Italia. Cosa rimane dell’uomo? Ho parlato molto con Gianmarco, gli ho passato le informazioni che lui, forte della sua bravura e professionalità, ha studiato, stimolato dal suo richiamo all’impegno civile, che gli è stato trasmesso anche da suo padre Ugo. Ma la cosa più importante che gli ho suggerito è stata di essere se stesso.
Spero che gli spettatori prendano coscienza che ci sono stati uomini che per il solo fatto di voler inseguire la verità hanno perso la vita. Se in Italia non ci assumiamo le nostre responsabilità sulla conoscenza di fatti e misfatti che hanno invaso le cronache degli ultimi decenni, non saremo mai veri cittadini. Occorsio non era un eroe. Era solo un uomo che voleva capire andando oltre uno sguardo superficiale sul mondo.
 Se dovessero fare un documentario su di te cosa vorresti fosse sottolineato?
– Dicono che nei miei documentari appaio ambiguo. Ma io sono solo un curioso della vita, magari un po’ Zelig nell’approccio con i miei simili. Mentre tanta gente preferisce avere un’unica opinione, collocarsi da una parte senza approfondire le situazioni. Io, invece, ho imparato dal documentario stesso a mettermi in ascolto, è una terapia che dura da quasi trent’anni. Ecco perché preferisco un Herzog, che racconta l’ambiguità del reale attraverso la sola forza delle immagini, ad un Moore, che accompagna lo spettatore per mano in modo fin troppo protettivo. E se qualcuno un giorno pensasse di fare un documentario su di me, dovrebbe avere il coraggio di realizzarlo muto. Senza il sonoro, senza parole. Essendo io piuttosto chiacchierone per natura, sarebbe di sicuro una prospettiva nuova su di me. Un Pannone che osserva il mondo intorno senza parlare. Intanto ci sto provando con i miei ultimi film.
 Gianfranco Pannone                                Roma-Villa Celimontana
 Photo: RINO BIANCHI
Gianfranco Pannone. Regista cinematografico e televisivo napoletano. Laureato in Storia e critica del cinema all’Università La Sapienza di Roma e diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Io che amo solo te 2004 è il suo unico lungometraggio di finzione, perché la sua filmografia comprende documentari che hanno anche ricevuto numerosi riconoscimenti, come L’America a Roma, presentato al Festival Internazionale di Locarno nel 1998; Latina/Littoria 2001, film documentario di produzione italo-francese, con il quale nello stesso 2001 ha avuto il riconoscimento quale miglior opera di non-fiction al Torino Film Festival e nel 2003 al Festival del Cinema del Mediterraneo – Premio Rai; o Il sol dell’avvenire 2008, ideato e scritto con Giovanni Fasanella, presentato come evento speciale al Festival Internazionale del Cinema di Locarno, alla Viennale del 2008, all’International Documentary Film Festival di Londra e nella cinquina finale dei Nastri d’argento 2009,  ma che Storia…, film di montaggio prodotto da Cinecittà Luce e presentato nel corso dell’edizione 2010 del Festival Internazionale del Cinema di Venezia, oltre che in molte città del mondo come opera rappresentativa dei150 anni dell’Unità d’Italia. E ancora nel 2014 Sul vulcano (finalista ai David di Donatello e ai Nastri d’argento nello stesso anno), nel 2015 L’esercito più piccolo del mondo (Nastro d’argento 2016), nel 2016 Lascia stare i santi (Premio Mario Gallo della Cineteca della Calabria), e, in fase di completamento, Mondo Za.
 Insegna cinema documentario al Dams dell’Università degli studi Roma Tre e regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed è coordinatore didattico del Master di Cinema e televisione all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Ha scritto con Mario Balsamo “L’officina del reale – Fare un documentario dall’ideazione al film”, “Docdoc – dieci anni di cinema e altre storie” e con Giovanni Fasanella “Il sol dell’avvenire, diario tragicomico di un film politicamente scorretto”.
Ha diretto il docufilm su Vittorio Occorsio, prodotto da Anele, Rai 1 e Rai Cinema, con voce narrante di Gianmarco Tognazzi, che fa parte di un ciclo di quattro docu-film , dal titolo “Nel nome del popolo italiano”, in onda dal 4 settembre 2017 su Rai 1.
Annunci