DI- STEFANO ALGERINI
Lo avevamo scritto due mesi fa dopo la vittoria al Foro Italico contro il numero uno del mondo Murray: “Vuoi vedere che stavolta “il Fogna” cambia e si decide a giocare continuativamente ai livelli che braccio meriterebbe?”.  Ok, non sarà la vittoria di ieri nel pur bel torneo di Gstaad a decretare il definitivo cambio di rotta dello “scapestrato” numero uno del nostro tennis, però alcune indicazioni confortanti ci sono.
Dopo quel prestigioso successo a Roma arrivò l’immediata sconfitta contro Zverev, però l’avversario era di quelli tosti veri, quindi alla fine un risultato che ci stava ampiamente. Poi a Parigi lo stop praticamente obbligatorio contro Wawrinka, e a Wimbledon la partita persa contro lo stesso Murray, al termine però di un incontro giocato veramente bene, su una superficie che favoriva ampiamente l’avversario. Poi il ritorno sull’amata terra rossa, prima ad Umago dove ha trovato un Rublev completamente “impazzito” a fermarlo (“Ma dove siamo, alla playstation?!” la frase pronunciata da un affranto Fognini ad un certo punto dell’incontro) ed ora il successo in Svizzera.
Successo che è arrivato superando in finale il carneade tedesco Hanfmann, numero 170 del mondo, il che avrebbe reso un’eventuale sconfitta un crimine contro l’umanità, però passando attraverso una serie di vittorie (tutte in tre set) giocando tutt’altro che bene. Anzi, dopo il primo turno lo stesso Fabio aveva dichiarato che giocando a quel modo non poteva andare da nessuna parte. Ecco, proprio questo è sempre stato il suo problema storico: l’incapacità di digerire la giornata storta, la rituale difficoltà di battere se stesso prima di quel tipo al di là della rete. Adesso invece, da qualche tempo, il buon Fogna sembra avere voglia di accettarsi anche quando non è “splendido splendente” come ritiene di essere (spesso a ragione).
Adesso ci si affanna a dare il merito del cambiamento principalmente alla paternità. Possibile. Però se dovessimo dare i meriti, personalmente anteporremo al piccolo Federico due altri personaggi: Flavia Pennetta e Franco Davin. La prima, lo sanno anche i sassi, è la moglie del nostro eroe: una che, oltre ad essere stata la tennista che è stata, dà l’idea, dall’esterno, di essere una che non si lascia mettere i piedi in testa dal “maritino”; ma anzi lo fa rigare dritto, in campo e fuori, senza tante cerimonie. Insomma come diceva Woody Allen al figlio in “La dea dell’amore”: “A casa sono io che comando, mamma prende soltanto le decisioni”.
Il secondo, Davin, è l’allenatore che dall’inizio dell’anno segue Fabio: argentino trapiantato in Italia, è uno che da giocatore era bravo ma non un fenomeno, e che però da allenatore ha portato i connazionali Gaudio e Del Potro a vincere un paio di slam. Così, tanto per gradire. Uno che dal primo momento sembra essere riuscito a fare breccia nei complicatissimi meccanismi mentali del nostro tennista. Una delle sue prime dichiarazioni fu: “Voglio che Fabio diventi come Gaston (Gaudio): uno che sembrava che non gliene fregasse niente della partita ma poi per fargli perdere un punto lo dovevi ammazzare. Ecco Fabio dà la stessa impressione di menefreghismo, però poi ti accorgi che non è un’impressione…”. Beh, forse ancora non ci è riuscito del tutto, però i passi avanti sono corposi e anche i risultati sembrano dare ragione al lavoro del tecnico sudamericano.
E ora? Intanto c’è stato l’ennesimo rientro tra i primi trenta della classifica, poi da domani si va a Kitzbuhel dove è testa di serie numero 2 e, ad occhio, il tabellone non sembra terribile: con quindi la concreta possibilità di fare un’altra bella raccolta di punti, per poi presentarsi tirato a lucido per la “campagna americana” che porterà allo Us Open. Torneo tanto caro alla mogliettina, che sicuramente non mancherà di far notare al consorte come non sia il caso di farle fare figuracce là dove è tanto amata. Uomo avvisato…

 

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