DI MARCO GIACOSA
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Quando chiedo dello sferisterio, gli occhi di Gualtiero sfolgorano: «Vieni con me». Lo sferisterio è lo stadio in cui si giocano tamburello, bracciale e in questo caso il pallone elastico, o pallapugno come si chiama oggi. È quello sport conosciuto soltanto in Piemonte e in Liguria (e neppure in tutto il Piemonte e neppure in tutta la Liguria), in cui si colpisce con il pugno ricoperto di bende una palla di gomma pesante e la si spinge più lontano possibile; lo sport raccontato dai grandi scrittori piemontesi (De Amicis, Pavese, Fenoglio, Arpino), epico di suo, per essere stato il gioco dei contadini che riscattavano la povertà con la mano pesante in campo o – talvolta e – con le scommesse tra il pubblico. Qui in città, nel 1951, il giorno del derby tra Torino e Juventus, in via Napione ci fu il tutto esaurito per Manzo contro Balestra, che erano Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola: cinquemila persone. Gualtiero mi fa passare dal retro, entro nella sua intimità e sbuchiamo in un cortile: eccolo, il muraglione. «Ogni tanto viene qualcuno, chiede se è qui che si vede il muro dello sferisterio. Io li porto a vedere. No, non c’è più nessuno di quelli che lo frequentavano, è passato troppo tempo». Il pallone elastico si gioca così, con anche un muro d’appoggio, e oggi è rimasto soltanto quello: lo sferisterio non c’è più, è stato abbattuto nel 1967, ha fatto spazio alle case.
Gualtiero è al bar da vent’anni, dopo una carriera come direttore in un’azienda di porcellane; appena in pensione ha rilevato l’attività, anche per dare una mano a un ragazzo che sente come un figlio (ancor più sfolgorano gli occhi quando dice dei nipoti Fares, Mariem, Omar). La sua è una storia dell’Italia in movimento: nacque nel 1938 a via Monte Fascia numero 11, Roma quartiere Monte Sacro, papà pugliese, mamma abruzzese, nonni siciliani, bisnonni spagnoli. Prova la carriera militare: Spoleto, Cesano, Pieve di Teco («Comandavo un plotone in cui quello che aveva fatto di meno aveva staccato a morsi l’orecchio del padre»), Alessandria, Asti e da Asti un salto a Torino: è il 20 marzo 1968 e Gualtiero si ferma. In azienda e poi qui, in questo quartiere che sorride, Vanchiglia. Nel bar c’è il calcio balilla, spesso gioca anche lui, con gli universitari; i vecchietti invece preferiscono le carte. Non di rado Gualtiero saltella a domicilio, a servire pintoni di vino sfuso e mezze dozzine di birre a novantenni che non si muovono più come un tempo. È un tipo allegro: «Questa è la mia vita, voglio andare avanti così». Lavorando, nel bar, fino alla fine.
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