DI LUCA BILLI
Quando avviene un omicidio sappiamo sempre chi è la vittima – magari non ne conosciamo il nome, ma il suo corpo è lì, di fronte a noi, e ci racconta una storia, per quanto frammentata e incompleta – ma non sempre conosciamo l’uccisore; tanta letteratura nasce proprio da questa contraddizione, dalla volontà di superare questa differenza, scoprendo alla fine il responsabile di un omicidio, la cui vittima avevamo conosciuto nelle prime pagine del libro.
La vita – come sapete – è spesso più complicata della letteratura. Lo scorso 14 giugno sono state uccise a Londra ottantasette persone. E’ stato molto difficile recuperare quelle salme, è stato ancora più difficile identificarle, ma alla fine le vittime ci sono, con i loro nomi e le loro storie. Non sappiamo chi sono gli uccisori, forse non lo sapremo mai, appunto perché nella vita le storie faticano a chiudersi. Probabilmente molti di voi non sono neppure d’accordo sul fatto che l’incendio della Grenfell tower sia stato un omicidio, molti preferiscono parlare di disgrazia, di uno sfortunato accidente, e quindi credono sia inutile cercare i colpevoli. Io invece sono tra quelli che considera la strage in quel grattacielo di North Kensington un “omicidio di classe”, ossia un delitto compiuto dalla classe dei ricchi contro quella dei poveri. E, come ogni omicidio, richiede giustizia.
Si è trattato di un omicidio perché l’amministrazione di Kensington e Chelsea, che ha fatto costruire quell’immobile all’inizio degli anni Settanta e ne è ancora proprietaria, non ha voluto spendere le cinquemila sterline necessarie per i rivestimenti antincendio né ha voluto installare elementari dispositivi di sicurezza. Non ha voluto farlo perché si tratta da sempre di un’amministrazione governata dai conservatori, che non si curano di quelli che vivono in quel grande palazzo, che non votano certo per loro. Mentre quella stessa amministrazione ha deciso di ridurre di cento sterline l’imposta sugli immobili per i cittadini più ricchi, che invece votano per i conservatori. In sostanza gli amministratori di Kensington hanno tolto soldi ai poveri per darli ai ricchi. E questa scelta ha causato la morte di ottantasette poveri: si tratta evidentemente di un omicidio, appunto di un omicidio di classe.
Nessuno ha brandito un coltello, non si è sentito uno sparo, non ci sono segni di strangolamento, ma l’omicidio è avvenuto. Il responsabile è il funzionario che, dopo aver fatto i conti con la sua calcolatrice, ha risposto no alle richieste del comitato degli affittuari della Grenfell tower? Forse sì. Sono i consiglieri che hanno votato quel bilancio, in cui non era stata stanziata quella somma ridicola? Forse sì. Nessuno di loro ovviamente ammetterà di essere colpevole, forse sono perfino in buona fede quando giurano e spergiurano che non è stata colpa loro, che non pensavano che quel loro calcolo, fatto forse troppo velocemente, perché c’erano tante altre cose da fare, perché stava per finire l’orario di lavoro, o quel loro voto su un testo complicato – quanti di noi che siamo stati amministratori comunali abbiamo mai letto tutte le voci dei bilanci che abbiamo approvato? – provocasse tante vittime. Sono sinceri quando se ne dolgono. Ma questo non attenua le loro colpe.
Come noto, Hannah Arendt intitolò La banalità del male il libro in cui raccontò il processo contro Adolf Eichmann, un travet dell’Olocausto; la filosofa tedesca, parlando di quegli uomini che organizzavano lo sterminio, scrive “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. Qui abbiamo assistito allo stesso dramma: persone normali che compiono atti mostruosi.
I ricercatori della Royal Society of Medicine hanno dichiarato, a seguito dei loro studi, che i tagli al servizio sanitario hanno causato nel solo 2015 in Inghilterra quasi trentamila “morti supplementari”. Quante buone ragioni ci sono state dietro quei tagli, quante giustificazioni, a volte anche fondate, hanno spinto a quelle scelte, magari per lottare contro gli sprechi? Però non cambia la situazione: quelle trentamila persone oggi sono morte a causa di quelle scelte “innocenti”. Come i morti della Grenfell tower.
E come migliaia di persone che muoiono ogni giorno a causa di questo conflitto brutale che le forze del capitale hanno dichiarato contro di noi. Poi spesso di quelle vittime non abbiamo neppure notizia e crediamo che gli omicidi che non conosciamo siano un po’ meno gravi. In fondo quelle trentamila persone sarebbero morte comunque: erano vecchi, erano ammalati, erano poveri di cui nessuno si curava. Tante vittime muoiono in altre parti del mondo: perfino ci commuoviamo quando sappiamo che sono annegati a pochi metri dalle nostre spiagge, ma ne muoiono molti di più cercando di attraversare il deserto, molto lontano da qui, e questi non sappiamo proprio chi siano, non sappiano neppure che ci sono e quindi per noi non sono vittime. Oppure muoiono nelle fabbriche e nelle miniere in Cina e in India: quando va bene si tratta di dati statistici, ma di vittime. Invece ogni povero che muore, ogni povero che viene ucciso, perché qualcuno lo ha sfruttato, perché qualcuno gli ha tolto la terra o l’acqua, perché qualcuno ha lucrato, risparmiando sulle sue cure o sulla sua sicurezza, è una vittima come noi.
E noi non possiamo più fare finta di nulla. Non possiamo più girarci dall’altra parte e non possiamo più adottare mezze misure. Per trent’anni abbiamo finto di non accorgerci di quello che stava succedendo, abbiamo detto che si trattava di disgrazie, che alla fine tutto sarebbe andato per il meglio, e abbiamo accettato queste vittime come danni collaterali. C’è la crisi, è stata la nostra giustificazione per ogni cosa; possiamo davvero mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici? E ci siamo risposti di no, nel migliore dei casi ci siamo dati delle priorità, i più bravi qualcosa hanno fatto: ma evidentemente non è bastato. Spesso negli omicidi ci sono anche i complici, la cui colpa non è meno grave di quella di chi materialmente preme il grilletto. Questa nostra inerzia, questa nostra paura ci ha reso complici. E per questo dovremo pagare, prima o poi.
Se non vogliamo continuare a esserlo – anche se questo non ci assolverà davanti alla storia – dobbiamo dire che c’è una guerra, che c’è qualcuno che sistematicamente vuole uccidere i poveri.  E contro questo sistema dobbiamo combattere.
Vediamo i denti del pescecane, vediamo il sangue della sua vittima, sappiamo che la mano che ha ucciso è coperta da un guanto, ma non possiamo più avere paura. E dobbiamo cominciare a difenderci. E dobbiamo pretendere giustizia.
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