DI LUCA SOLDI

 

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Il tempo è passato a lungo ma inesorabilmente, la morte, ha raggiunto anche Ciro Cirillo. Un lutto che arriva a colpire tutto il mondo della politica per la storia di un uomo che raggiunta l’età di 96 anni, non sarà solo ricordato per essere stato presidente della Regione Campania oppure un fondamentale esponente della Dc, nella corrente Gava.
Bensì Cirillo entrerà nella memoria per essere stato sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981 a Torre del Greco (Napoli) e per poi essere rilasciato dopo ben 89 giorni di prigionia, in circostanze ancora oggi avvolte da molti misteri. Al tempo Cirillo era assessore regionale ai lavori pubblici quando, il 27 aprile del 1981, fu assalito nel garage di casa da un commando di cinque uomini delle Brigate Rosse. Durante la sparatoria con i brigatisti comandati da Giovanni Senzani, furono uccisi l’agente di scorta Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello, mentre rimase ferito il segretario particolare, Ciro Fiorillo. Un ennesimo atto di guerra in un periodo devastato, come spesso e’ accaduto nella storia moderna italiana, dalle destabilizzazioni di una natura tutt’altro che chiara, malgrado che anche in questa occasione il timbro fosse stato posto dalle Br.
La sua scomparsa, come abbiamo avuto modo di registrare dai commenti in queste prime giornate dalla sua morte, evidenziano una volontà determinata a chiudere ogni perplessità: “E’ stato un dirigente autorevole della Democrazia Cristiana. Ha subito la violenza delle Brigate Rosse e l’ha sopportata con compostezza ed riservatezza. È una persona che merita rispetto e riconoscenza – così ha commentato la notizia della morte uno dei nomi altisonanti della vecchia DC, l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino – Tutto quello che si doveva dire è stato detto e il chiacchiericcio di questi anni lascia il tempo che trova visto lo sfascio politico e istituzionale che è sotto gli occhi”.
Il rispetto per il momento, per la scomparsa, però non esime da voler conoscere la verità.
Si, perché quel sequestro che durò 89 giorni, fu al centro di numerose polemiche ed incongruenze. Innanzitutto perché contraddicendo le strategia percorsa nel caso Moro, per Cirillo i vertici della Dc decisero di trattare con i brigatisti.
Le Br lo avevano scelto per il ruolo occupato nel 1981, quando nella Campania devastata dal terremoto, di fronte a dolori e danni incalcolabili, Cirillo era tornato in Regione come responsabile all’Urbanistica con la delega alla ricostruzione. In pratica era stato chiamato in prima persona alla pianificazione della ricostruzione nel dopo terremoto. Proprio per questo suo impegno le BR lo scelsero come simbolo della ‘ricostruzione imperialista e antiproletaria’, motivando la scelta del bersaglio proprio nel comunicato numero 1 dopo il rapimento, il 28 aprile 1981. Accadrà che quasi tre mesi dopo, il 21 luglio per l’esattezza, qualcuno pagherà un riscatto di 1,45 miliardi di lire. Cirillo sara rilasciato pochi giorni dopo, in un palazzo abbandonato in via Stadera, a Poggioreale. I contatti, le circostanze della liberazione, però non saranno mai chiariti, anche se la mediazione dei servizi segreti e di Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata che all’epoca controllava ogni aspetto della vita napoletana, sarà comunemente condivisa. Così il prezzo del riscatto risulterà più alto della ingente somma di denaro fatta poi trapelare. Ancora una volta lo Stato deciderà di rivolgersi, con i soliti sistemi fumosi, della completa accondiscendenza verso un’altra organizzazione criminale, verso la camorra, con un boss Raffaele Cutolo, che controllava il territorio, nonostante in quel momento fosse detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Ed i servizi segreti si rivolsero a lui, proprio al boss camorrista, appena 24 ore dopo il rapimento di Cirillo, alla disperata ricerca di notizie sull’ostaggio, anche perché come racconterà Carlo Alemi, giudice istruttore a Napoli tra il 1979 e il 1993, in quegli anni Cutolo aveva il controllo totale del mondo carcerario. Succederà che durante il processo Cutolo, nel maggio del 1989, il funzionario del SISME Giorgio Criscuolo, racconterà di essersi recato personalmente ad Ascoli Piceno ad incontrare il capo della camorra, presentandosi come l’avvocato Canfora. I buoni propositi dell’agente segreto dureranno ben poco perché come racconterà dopo pochi minuti Cutolo aveva già smascherato la mia identità e interrotto il colloquio’. Gli incontri però seguiranno, ripetutamente, allacciando una filo che non verrà strappato. Lo Stato, questa volta cederà alle Brigate Rosse ma anche alla camorra. Il riscatto in qualche modo verrà messo insieme ed in qualche modo consegnato ai terroristi. La fermezza usata nei confronti di Moro per Cirillo resterà completamente disattesa. I misteri continueranno ad esserci anche durante i momenti della liberazione di Cirillo. Proprio durante quegli istanti così delicati si verificherà un episodio molto controverso: l’auto su cui viaggia Cirillo, ormai libero, diretta in Questura come aveva immediatamente disposto la magistratura, verra’ raggiunta e bloccata da altre quattro macchine. Da una di esse scenderà un funzionario di polizia che pretenderà la consegna di Cirillo. Sarà lui che lo porterà a casa, sarà lui a scambiare le prime parole con l’ostaggio appena liberato. Sintomatico del momento la dichiarazione fatta da Libero Mancuso, pubblico ministero a Napoli, che racconterà del tentativo di interrogare Cirillo.I magistrati riscontreranno che ‘egli simulava una specie di incoscienza, per accertare la quale chiamammo anche un medico’. Il medico del politico, poi racconterà della necessità di lasciare riposare Cirillo. A questo punto Libero Mancuso, andando via dall’abitazione del politico, vedrà entrare a casa Cirillo, Gava e Piccoli, secondo il magistrato ‘i veri protagonisti della sua liberazione, della trattativa clandestina e di tutto ciò di illegale che era avvenuto negli apparati dello Stato”. Dunque quel giorno a Torre del Greco, Ciro Cirillo, portato a casa contro il volere degli inquirenti, parlerà con i leader della Democrazia Cristiana e non con i magistrati. Malgrado le smentite, altri dubbi rimangono aperti. Accade anche che nel marzo del 1982 il quotidiano l’Unita’ pubblicherà un presunto rapporto del ministero dell’Interno in cui si sostiene che mentre Cirillo era nella mani delle BR, un importante esponente Dc, Vincenzo Scotti, avrebbe incontrato più volte Raffaele Cutolo nel carcere di Ascoli, per chiedergli di avviare una trattativa con i brigatisti. Scotti avrebbe definito questa trattativa e le frequentazioni ‘una cosa miserevole’ dichiarandosi totalmente estraneo alle accuse attribuitegli. Lo scoop rivelato da l’Unita si rivelerà una trappola; mancando le prove l’autrice dell’articolo, Marina Maresca, insieme al direttore del giornale, Claudio Petruccioli, saranno travolti da una raffica di querele e quindi costretti alle dimissioni. Pochi giorni dopo il ministro degli Interni Rognoni, in Parlamento, ammetterà il pagamento di un riscatto per il rilascio di Cirillo, ma allo stesso tempo negherà qualunque coinvolgimento delle istituzioni. Secondo Rognoni il governo non ha avuto parte ad alcuna trattativa con i terroristi e non risulta agli atti nessun coinvolgimento della camorra. Lo Stato ha perseguito la linea della fermezza, esattamente come nel 1978 con il Presidente della DC. In Parlamento si apre un dibattito accesissimo. La magistratura, intanto, continuerà ad indagare; i primi arresti nelle fila della colonna napoletana delle BR porteranno alla luce dettagli sul pagamento del riscatto. Qualcuno avrebbe aiutato la famiglia nella raccolta del denaro, affermano i brigatisti. Interrogato dal giudice Alemi, uno dei carcerieri di Cirillo, Giovanni Planzio, dichiara: ‘Cirillo indico’ in modo preciso ai suoi familiari quali fossero le persone a cui avrebbero dovuto rivolgersi per i soldi del riscatto’. Risulterebbe dagli interrogatori dei brigatisti che queste persone sarebbero amici di partito e gente che doveva dei favori all’Assessore. Secondo il giudice Alemi, ci sarebbero i bei nomi di molti costruttori napoletani. Mentre la somma raccolta per la liberazione di Cirillo sarebbe stata di molto superiore a quella effettivamente pagata per il riscatto. I soldi raccolti in più sarebbero poi serviti a “ricompensare” proprio Raffaele Cutolo. Ad affermarlo sarebbe stato un pentito della banda della Magliana, cugino del cutoliano Iacolare. Sempre secondo Alemi, i sentimenti di riconoscenza della politica verso Cutolo non di sarebbero limitati al compenso segreto: in cambio del denaro versato alle BR ed a Cutolo, i vertici della Dc avrebbero promesso ai costruttori gli appalti del dopo terremoto. Quando nel 1988, il giudice Alemi depositerà la sua istruttoria si scatenerà una vera e propria bufera politica. L’opposizione chiede le dimissioni di Gava, nel frattempo divenuto ministro degli Interni del nuovo governo De Mita. Il presidente del Consiglio respingerà le accuse al suo ministro definendole ‘opinioni indebitamente espresse e illazioni’, ed accusando a sua volta il giudice Alemi di aver abusato delle procedure usandole. Con il passare degli anni Ciro Cirillo, più volte verrà avvicinato a vario titolo per conoscere le tante verità nascoste. I suoi ricordi saranno sempre più sfumati e le rivelazioni eclatanti resteranno solo una pallida speranza. Nessun memoriale segreto, nessuna volontà di accumunare politica e camorra. Piuttosto sempre e comunque, da parte di Cirillo, emerge la necessità di lasciare fuori dai clamori il ponente Gava: «Non ne sono mai stato a conoscenza. La chiave dell’iniziativa giudiziaria era solo colpire Gava».
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