DI MAURIZIO PATRICIELLI
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Neima, adesso sei nella pace. Il Signore del cielo e della terra, dell’Africa e dell’Europa, ti tiene stretta, stretta a sé. Quell’abbraccio ti confonde, lo so. Ti hanno sempre fatto credere che non valessi niente. Una somala, donna per giunta. E povera, tanto povera. Una donna che scappa lontana dalla terra che ama perché è diventata inospitale, violenta, avara. Una terra infuocata dal sole e dalle guerre. Dall’egoismo e dalla storia. Hai attraversato il deserto alla disperata ricerca della “ terra promessa”. Dove si lavora e si mangia, si studia e si riposa. Dove vali per quello che sei e non per quello che possiedi. Il viaggio era un’incognita, lo sapevi, ma il desiderio di dare una svolta alla tua vita, ti ha fatto ridimensionare tutto. Fame, fatica, umiliazioni ti hanno tenuto compagnia fin da quando hai cominciato a respirare. Valeva la pena tentare la grande avventura. Bisognava arrivare in Libia, poi imbarcarsi per l’ Italia. Ti sei sentita un’intrusa ad entrare senza permesso in casa altrui, vero? Non avresti dovuto. Siamo stati noi per primi a venire in casa vostra. La strada che hai percorso gli italiani la conoscono bene, anche se tanti fanno finta di dimenticarlo. È una via crucis, zeppa di lacrime e sospiri. La Libia, finalmente. Eccolo, il mare che guarda alla Sicilia. Ancora un poco, un poco solamente, e arriverai alla meta. Davanti ai tuoi occhi l’ Italia non è più un miraggio, ma una realtà. Una vita nuova. Hai sognato a occhi aperti. Hai assaporato l’aria della libertà quando ancora eri in catene. Troppo bella è la libertà, talmente bella che finanche il Padre del cielo e della terra si sottomette. Il fuoco sacro che ci fa uomini. Il dono per cui vale la pena di sudare e lottare. Di vivere e morire. All’alba e all’imbrunire fissavi l’orizzonte mentre aspettavi il tuo turno per salire sul barcone. Sapevi che la traversata sarebbe stata un inferno, te lo avevano detto. Tua mamma ti aveva raccomandato di fare attenzione. Gli uomini, capaci di raggiungere le vette più alte della contemplazione e dell’amore fraterno, sanno anche sprofondare negli abissi più fetidi, asfissianti, angusti. “ Siamo angeli agganciati a una bestia. O si ammazza la bestia per liberare l’angelo, o si uccide l’angelo facendo vivere la bestia” scriveva un prete lucano. È vero. Terribilmente vero. Ma tu guardavi lontano. Tu bramavi la libertà. Come me, come noi, come ogni essere umano. Era un tuo diritto. Il tuo cuore era già con noi. Chissà se nel tuo sangue non ci fossero tracce del nostro sangue. Italiani in Somalia ne sono venuti tanti. Il razzismo spaventa. È sciocco, pericoloso, stupido. È una menzogna. Se dovessimo praticarlo sul serio non si salverebbe nessuno. Eri preparata al peggio, Neima. Il prezzo da pagare per cambiare vita, ricominciare daccapo. Al peggio, però, non c’è mai fine. Sei stata violentata, stuprata, seviziata. Per mesi. Un oggetto in balia di bruti. Sei rimasta incinta. Per te nessun controllo, nessuna visita, nessuna ecografia. Niente di niente. Una vita nuova, però, faceva capolino dentro di te. Hai avuto paura. Adesso avresti dovuto badare anche a lei, a questa anima innocente che veniva a farti compagnia. Sul barcone, in balia delle onde, hai pensato di annegare. Hai fissato i tuoi occhi in quelli gelidi, impietosi, di sorella morte. Invece sono arrivati i soccorsi. Hai pensato di impazzire dalla gioia. Hai sentito di nuovo il profumo stupendo che emana dagli uomini che custodiscono la propria umanità. Sei stata aiutata, curata, coccolata. Accarezzata da gente che non avevi mai visto prima ma che ti hanno amata. Come è bello l’ uomo quando ti sostiene senza chiederti niente in cambio. Quando ti rimette in piedi e si prende cura di te. Hai creduto di farcela. Con la tua bambina, con le persone buone che avresti incontrato sul sentiero della vita. In ospedale, finalmente. È il 28 giugno. Domani la Chiesa celebra i santi Pietro e Paolo. Due pilastri. Non erano italiani. Due stranieri come te, Neima, trucidati a Roma due millenni or sono. Due stelle che brillano nel firmamento della Chiesa e dell’umanità. A Crotone è nata tua figlia. La figlia della violenza, del sopruso, dell’infamia. Ma anche figlia dell’amore smisurato di cui sei stata capace di dare in una condizione disperata. È piccina, piccina sai? Un batuffolo di vita. Ma non è un problema, l’ aiuteremo a prendere peso. Le troveremo una casa, una famiglia. Sarà amata e rispettata. Le racconteremo di te. Saprà che Neima, la sua mamma, le ha donato vita, sacrificando la sua vita. Le diremo che è il seme più bello piantato da una donna crocifissa in questa assurda, disumana guerra per la sopravvivenza. L’ accompagneremo nel piccolo cimitero di Papalice, dove finalmente hai trovato riposo. Perdonaci, Neima. Perdonateci voi tutte donne sfortunate e belle se ancora, sotto gli occhi di un mondo distratto e indaffarato, siete costrette a subire una sorte peggiore delle bestie pur di non rinunciare alla vostra dignità. 
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