DI LEONARDO JATTARELLI

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«Kessler, e me siete zompate tre volte sur piede!! M’avete centrato er ditone!»; «Domeeenica è sempreee domeeeenicaaaa!!»; «Mezzanotte per amaaar, mezzanotte per sognaaar»; «Io andavo inperdilà, lui andava inperdiquà…Andandovici no!!»; «Ridete, ridete, voi donne me conoscete benissimo. So quello che quando ve ne andate pe’ strada pe’ i fatti vostri a guardà le vetrine ve s’avvicina, la mano sinistra nella giacca, la sigaretta tra le dita, la testa leggermente reclinata sulla spalla e ve sussurra fata, andovai, ma chi sei? Anima mia!»
Techetechetè, eccolo lo scioglilingua della tivvù che non c’è più. Sette giorni su sette, quaranta minuti da giugno a settembre, la straordinaria giostra del tempo catodico è diventata ormai il mémoire della nostalgia a forma di piccolo schermo. Quando ancora la forma non era un format e il programma serale non conosceva quello seriale. Profetizzava a suo tempo Michele Guardì (Domenica In, Unomattina, I fatti vostri): «La tv diventerà legna da ardere» e, senza esagerare, un po’ c’ha azzeccato. Se non altro per il successo di un programma del preserale che lascia una ricchissima eredità al prime time ed è riuscito ad intercettare anche la benevolenza dei social con una pagina Facebook stracolma di messaggi, commenti, evviva!, Aridatecela indietro quella televisione, s’intende.
Si potrebbe chiamare operazione nostalgia ma il fenomeno è talmente vasto e dirompente da aver fatto scattare nei creativi del secondo millennio un’idea del tipo: se va bene il passato, sfruttiamolo. E così, orfani da decenni dei piccoli-grandi Orwell della televisione, negli ultimi anni la formula è stata quella di traslocare YouTube sulle reti generaliste e non solo.
CABINE
L’effetto domino frutta milioni di spettatori, dunque fiato alle trombe Turchetti e Fazio rispolvera le cabine, il vecchio cartellone e la scenografia anni Settanta di Rischiatutto, così come papà Bongiorno l’ha fatto, con tanto di Signor No e vallette-star a turnazione. Ecco che Lux Vide e Rai Fiction sfogliano l’album dei ricordi e confezionano la miniserie C’era una volta Studio Uno trasmessa in prima serata su Raiuno.
Massimiliano Canè è uno degli undici autori che firmano Techetechetè e la sua analisi parte da un dato oggettivo: «Se si lavora su un passato televisivo tanto glorioso, si va sul sicuro. Ma se non lo fai con passione e con competenza, rischi davvero il copia-incolla da YouTube. E non è il caso di Techetechetè, una media del 20 per cento di share con picchi del 24 offrendo una pista di lancio favolosa al programma di prima serata che spesso si ferma al 12 per cento in estate. Lavoriamo le puntate in modo autonomo – spiega – noi autori insieme con tre interni tra ricerche di repertorio, scelta dei pezzi tutti provenienti dalle teche Rai e quattro turni di montaggio».
C’erano una volta Mina e Celentano, Battisti e Vittorio Gassman e Walter Chiari, Bice Valori e Paolo Panelli e Corrado e Lelio Luttazzi e Rita Pavone, Claudio Villa, Alberto Sordi, il Quartetto Cetra e la Raffa del Tuca Tuca e i grandi spettacoli-varietà si chiamavano Studio Uno, Senza Rete, Canzonissima, L’amico del giaguaro, il Musichiere di Mario Riva e Settevoci, Campanile Sera e Tigre contro Tigre e c’erano autori e registi golem come Antonello Falqui: «Ma si è prodotto ancora molto anche dopo. Fino agli anni Ottanta – continua Canè -. Quello è il decennio che fa da spartiacque tra un passato nobile e un presente impresentabile. Non mi spingo fino agli sceneggiati di Majano che nessuno riuscirebbe più a girare e che portavano nelle case i classici che pochi leggevano, ma diciamo che assistiamo oggi ad una totale involuzione televisiva. E noi di Techetechetè abbiamo captato la rivolta della gente che sta cominciando a rifiutare la tv del nulla».
TEMPO
Così la continua Ricerca del tempo perduto è diventata una moda e si è tradotta in Vintage. Carlo Conti è uno di quelli che ha preso al balzo l’assist proustiano ed ecco I migliori anni, passerella invidiabile di pezzi vintage appunto, che siano di Orietta Berti o dei Ribelli, di Don Backy o dei Rubettes (quelli di Sugar Baby Love), i Figli delle stelle di Alan Sorrenti o i Fiumi di parole dei Jalisse. L’Italia ha voglia di riviversi anche masochisticamente tanto che anche la pay tv fiuta i sintomi della malattia e prepara la cura con le due serie, ideate per Sky da Stefano Accorsi: 1992 e l’ultima 1993 andata in onda quest’anno. Per non dimenticare il processo Enimont, la caduta politica di Bettino Craxi e del Psi, gli attentati mafiosi di Firenze, Roma e Milano, i referendum abrogativi, la fine della Prima Repubblica e la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Insomma un Indietro tutta che necessariamente chiama in campo uno dei più nobili ideatori e autori televisivi, quel Renzo Arbore che il prossimo dicembre, per i trent’anni della mitica trasmissione, sembra intenzionato a riportare in studio Nino Frassica, Mario Marenco e le splendide carioca del Cacao Meravigliao per una reunion dal sapore rivoluzionario all’insegna della Vita è tutto un quiz. L’aspettiamo trepidanti mentre facciamo zapping tra Chirurgia estrema e Tatuaggi da paura, Riccanza e Accumulatori seriali, Vite al limite e Tutto cuccioli, Ex-non mi manchi per niente e Per un pugno di ginseng insieme a Casa Zombie vendesi, Dimagrisco e ricomincio, Grassi contro magri, Chi veste la sposa-mamma contro suocera, Pazzi per la spesa e Storie da Lourdes.
Come diceva il Principe De Curtis: «Ma mi faccia il piacere…!».
 DA “IL MESSAGGERO”
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