DI SILVESTRO MONTANARO
Medici Senza Frontiere non ha voluto firmare il codice di condotta, redatto dal Ministero degli interni italiano, per le organizzazioni umanitarie che operano nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Il Ministero ha fatto subito sapere che Medici Senza Frontiere non potrà più operare soccorsi. Vergognoso!
Queste le sacrosante ragioni del rifiuto al codice da parte di MSF:
Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel Codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il Codice di Condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.
La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del Codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.
Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di qualunque altra alternativa sicura perché le persone possano trovare sicurezza. Contenere l’ultima e unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza non è dal nostro punto di vista accettabile.Anche per questa ragione, il recente annuncio dell’operazione militare italiana nelle acque libiche costituisce un elemento di ulteriore preoccupazione che ci ha confermato la necessità di segnare l’assoluta indipendenza delle nostre attività di soccorso in mare dagli obiettivi militari e di sicurezza.
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