DI LUCA SOLDI

 

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Oltre le poche parole raccontate dai media nazionali, il comunicato di Medici senza Frontiere, spiega le numerose preoccupazioni, i rischi, del nuovo protocollo posto in essere e non accettato dalla ong.
Riconoscendo i meriti della posizione italiana si pone soprattutto accento sulle condizioni disumane che sono poste in essere dalle autorità libiche, in quegli che sono sono veri e propri centri di detenzione.
E’ dalla consapevolezza di quanto succede anche su quella costa che prende dunque il via la mancata adesione al documento del ministero dopo che nelle ultime settimane MSF aveva tenuto una serie di scambi e discussioni costruttive con il Ministero dell’Interno sul Codice di Condotta.
Durante questa serie incontri, come del resto li hanno avuto le altre Ong impegnate nei salvataggi, MSF ha espresso una serie di preoccupazioni sul documento, richiedendo chiarimenti su temi specifici e sollecitando sostanziali cambiamenti che avrebbero messo nelle condizioni di poterlo firmare.
MSF ha riconosciuto che sono stati fatti sforzi significativi per rispondere ad alcune delle osservazioni tuttavia dopo un’attenta valutazione della versione conclusiva del codice, sono rimaste forti preoccupazioni.
Secondo la Onlus, in sostanza, il Codice di Condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso.
Ci sono al contrario rischi evidenti: “Che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il Codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Le linee di riferimento e l’impianto generale del Codice sono rimasti sostanzialmente immutati e, per questa ragione, con enorme dispiacere riteniamo che allo stato attuale non sussistano le condizioni perché MSF possa sottoscrivere il Codice di Condotta proposto dalle autorità italiane”.
Premettendo che MSF ha sempre condotto le operazioni nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali e sotto il coordinamento della guardia costiera italiana (MRCC di Roma) e che dunque la responsabilità di organizzare e condurre le operazioni di ricerca e soccorso in mare di questa portata risiede – come è sempre stato – negli Stati. L’impegno di MSF nelle attività di ricerca e soccorso mira a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi che viene auspicato ‘sia solo temporaneo”.
Scendendo dunque nel dettaglio della mancata sottoscrizione occorre sottolineare i punti focali: emerge al primo punto la richiesta delle autorità italiane che le navi di soccorso concludano le loro operazioni provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi, riducendo così l’efficienza e la capacità, la rapidità di salvare vite in mare.
Il codice di condotta crea così un sistema di andata e ritorno di tutte le navi di soccorso verso i luoghi di sbarco, che avrà come conseguenza una minore presenza di quelle navi nella zona di ricerca e soccorso. Su questo punto le stesse Linee guida per il Trattamento delle persone soccorse in mare raccomandano che le navi impegnate in operazioni SAR portino a termine il soccorso il più presto possibile, anche attraverso i trasferimenti ad altre navi se necessario.
Occorre ricordare che il codice inoltre non fa alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente. Secondo MSF il compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di poterla considerare come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.
Il punto che pare fondamentale al diniego espresso da Medici Senza Frontiere riguarda le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere migranti e rifugiati in Libia attraverso il supporto alla Guardia Costiera Libica.
Condizioni che allo stato delle cose sono “estremamente preoccupanti”. La situazione in Libia è drammatica.
MSF su questo punto ha conoscenza diretta della situazione ed infatti le persone di cui la Ong si prende cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli condividono vicende e situazioni “di violenza e trattamenti disumani”. La Libia, si può tranquillamente affermare che non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga. Ogni ipocrisia su questo punto è inaccettabile. E’ bene essere consapevoli che una volta intercettate, le persone saranno condotte in centri di detenzione dove, come testimoniano le équipe che lavorano in quei centri testimoniano ogni giorno, sono a rischio permanente di essere detenute in modo arbitrario e indefinito, trattenute in condizioni disumane e/o sottoposte a estorsioni o torture, comprese violenze sessuali. Fare finta che fuori dai nostri occhi, tutto sia lecito e’ dunque inaccettabile e rappresenta la sfida di conoscenza e consapevolezza per i prossimi tempi, ribadendo allo stesso tempo anche il mirabile compito che il nostro Paese, nella solitudine pressoché assoluta sta svolgendo.
In ultimo ma non per ultimo occorre ricordare un punto controverso, raccontato in modo arbitrario da certi media, sull’impegno a coordinare le iniziative di Medici Senza Frontiere con l’MRCC garantendo “l’accesso a bordo di funzionari di polizia giudiziaria, secondo quanto sopra espresso, così come la collaborazione costruttiva con le autorità italiane, nel pieno rispetto degli obblighi di legge”.
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