DI ANTONIO NAZZARO
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DA CARACAS
( NOSTRO CORRISPONDENTE)
Da quasi oramai quindici anni vivo in questa megalopoli all’ombra dell’Avila e delle nuvole che ogni mattina s’impigliano nei suoi rami mentre salgono dal mare. Caracas è la città del rumore sempre, dai locali con i televisori accesi in ogni angolo senza audio e uno stereo che lancia salsa a cascata peggio di zia Concetta quando condiva i cicatelli.
Il silenzio non è la sconfitta della costituente o la vittoria del referendum . E’ la sconfitta di un intero popolo che si dichiara in sciopero dalla felicità, dall’essere e riconoscersi in quello che televisioni, radio tweeter fb  e quant’altre diavolerie tecnologiche fino alla trasmissione orale di loro raccontano.  Il silenzio che ti fa sconosciuto a te e agli altri. Sempre lo siamo stati ma adesso lo sconosciuto è qualcuno da temere.
Cerchiamo di capirci.  Caracas in alcune zone non è mai stata sicura e il peso della delinquenza nella quotidianità è sempre stato notevole. Un clima di violenza, con i suoi bei razzismi di casta ed etnici,  la percorre da sempre. Differenze sociali enormi, la totale mancanza delle istituzioni e della giustizia, spesso corrotta o complice, aiutano da sempre il sistema paese. Alcuni dei miei conoscenti erano e sono convinti di rappresentare la classe media con casa con piscina e tre auto e la cameriera/serva, obbligata a vivere in uno stanzino stile minimale carcerario.
Il tutto vissuto fondamentalmente nell’idea che la vita è adesso qui e ora perché da sempre precaria. Una delle tragedie culturali e sociali del Venezuela è il continuo riaffiorare della schiavitù, parte  enorme della storia dell’America e dove,  a differenza degli USA che hanno avuto un movimento di riscatto politico e sociale degli afroamericani discendenti, negli altri paesi la sua abolizione non ha portato a questo tipo di coscienza di se. Ma si è mantenuta una cultura che fa si che l’impresario non riesce a fare l’impresario perché ragiona come uno schiavista e l’operaio ragiona come uno schiavo e non riesce a diventare un operaio ed insieme non sono mai riusciti a fare uno Stato.  Siamo poco più di 30 milioni in un territorio sette volte le dimensioni dell’Italia e con una capitale di quasi 10 milioni di abitanti. Lasciando a un lato i diritti degli indigeni che non esistono come gli indigeni stessi.
Il tutto sempre accompagnato dalla musica come unica certezza dell’esistenza di un altro mondo possibile, quale? Non importa, cosa cambia? La musica da felicità al corpo che lo accompagna nell’abbandonare la mente a un sogno che permette di spingere la fatica come per le mondine o i raccoglitori di cotone dell’Alabama ed il carrello della spesa. Carrello in America Latina mai pieno fin dai tempi della conquista europea e,  per i paesi poi “riscoperti-riconquistati” come produttori di petrolio,  uno ancora meno pieno ma più pesante per pagare il prezzo d’essere nati sull’oro nero che più nero per i venezuelani non può essere.
Silenzio che denuncia la menzogna di tutta la politica venezuelana e dei suoi resoconti, nessuno escluso: dei risultati delle votazioni sia quelli del referendum dell’opposizione che quelli dei candidati della costituente.  Quando l’opposizione ha vinto le elezioni per il parlamento, la gente è scesa in strada a festeggiare così come era successo con l’ultima vittoria di Chavez e persino con quella di Maduro, anche se con uno scarto in percentuale dell’1,6%. Questo silenzio dice che la gente non ha partecipato in maniera libera ma ha dovuto in qualche modo schierarsi con l’uno o  con l’altro e per questo non solo non festeggia ma impone il silenzio.
Il silenzio è un pianto disperato di chi nel sopravvivere di sempre fa fatica e non può capire, né riconoscersi nel futuro radiante di una rivoluzione che ha consegnato il paese di fatto ai militari e ai delinquenti. E neanche in un’opposizione che chiede l’aiuto dell’esercito e utilizza gli stessi strumenti per protestare
E’ difficile fare una distinzione tra militari al servizio del governo e non dello Stato,  i collettivi armati,  e i paramilitari e i delinquenti utilizzati in parte da frange dell’opposizione.
Silenzio, perché mentre le fazioni giocano a chi ha più morti(tutti eroi in verità tutti vittime) nel suo bando, di sicuro hanno ogni giorno meno madri. La gente gira alla ricerca di medicine, pannolini, farina, zucchero occupata più dalla preoccupazione del sopravvivere che di quella di chi muore.
Il mito dell’Impero che vuole distruggere la elezione di Chavez ed il chavismo, uso il termine elezione perché Chavez non è arrivato al potere a capo di una rivoluzione ma dopo aver tentato un colpo di stato come militare, essere fuggito all’estero aver passato un anno in galera aver avuto l’indulto e si è presentato alle elezioni presidenziali vincendole ma niente rivoluzione, ha permesso in Venezuela nella sua storia l’affermarsi dei peggiori dittatori.
E per quale paese dell’America Latina dove gli USA hanno interessi  non hanno un piano e lavorano per far cambiare rotta ai governi a suo favore?  E da quando è una novità? A volte mi viene da pensare quanto potere in meno avrebbe la destra statunitense senza il fantasma comunista di Cuba al suo servizio. Inoltre gli accordi commerciali con Cina e Russia e i loro interessi in Venezuela dimostrano che gli imperi sono tutti uguali.
Che sia chiaro, come ho scritto nel libro sulle proteste di questi mesi in Venezuela e da poco in libreria, non solo gli aiuti degli Stati Uniti sono stati un disastro ma hanno provocato decine di migliaia di morti e perdita di diritti umani e sociali e distruzione della società del paese, in “teoria” soccorso. Panamá insegna. Altri capaci di simili disastri in queste terre sono stati e continuano a esserlo i militari, vera piaga o meglio cancro della storia latinoamericana.
In Venezuela dopo il tentato golpe degli attuali leader dell’opposizione contro Chavez,  è nata l’unione civico militare che riprendeva il lemma bolivariano: “L’esercito mai più alzerà le armi contro il suo popolo”. I più di cento morti, in divisa e senza divisa di questi giorni, ne dimostrano il fallimento.
Da notare che il funzionamento di tale nuovo assetto militare-civico- politico funziona ad altri livelli.
Sono le tre del mattino,  abbiamo percorso gli ultimi 200 metri a luci spente. Scendiamo dall’auto, il venditore delle bombole del gas, prodotto gestito dallo stato e controllato dai militari il cui prezzo è di 150 bolivares, ci viene offerto a 115 mila bolivares. Silenzio e paghiamo. Fare denuncia? chiedere giustizia?
Simon Bolivar il Libertador de America aspetta ancora giustizia per l’omicidio del suo migliore amico Sucre e noi con lui aspettiamo la giustizia.
Rivoluzione, Controrivoluzione e Costituente, tutti condannati dal silenzio della città che per dire uscire usava il termine rumbear, come a dire andare in giro diventasse andare di ballo.
Caracas tace e tesa aspetta cosa verrà perché nonostante i milioni di votanti degli uni e degli altri, nessuno per la prima volta in Venezuela festeggia. Il paese con il più grande sistema di educazione musicale del mondo, imitato da un’infinità di paesi è rimasto senza musica, in silenzio.
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