DI MICHELE ANSELMI
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Addio anche a Sam Shepard, lo scrittore-cowboy venuto dall’Illinois. Nel giorno della morte di Jeanne Moreau arriva la notizia che se n’è andato anche lui. Aveva 73 anni. È morto nella sua casa in Kentucky, da anni era affetto da sclerosi laterale amiotrofica, le sue condizioni di salute si erano aggravate. Premio Pulitzer nel 1979 per “Il bambino sepolto”, Samuel Shepard Rogers era nato a Fort Sheridan il 5 novembre del 1943. Dal 2014 era legato all’attrice Mia Kirshner, dal 1982 al 2009 la lunga relazione con Jessica Lange, dalla quale ha avuto due figli, Hannah e Samuel. Dalla fine degli anni Sessanta al 1984 il matrimonio con l’attrice O-Lan Jones che gli aveva dato il figlio Jesse. Pur venendo dall’Illinois, Shepard amava andare a cavallo e fare il cowboy. Incarnava un certo spirito americano, irrequieto e ribelle, ma anche fortemente legato alle tradizioni. Poco conosco lo scrittore, come drammaturgo mi sembrava un po’ manierato, come sceneggiatore non saprei dire. Ma appena appariva sullo schermo, me lo ricordo nel notevole “Uomini veri”, titolo orribile di un bel film sui pionieri dello spazio intitolato in inglese “The Right Stuff”, riempiva di sé l’immagine. Un Gary Cooper riveduto e corretto. Un uomo dotato di gran fascino, anche nei suoi ruoli da cattivo. Qui di seguito il bel pezzo di Matteo Persivale sul “Corriere della Sera” di oggi.
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Matteo Persivale per il “Corriere della Sera”
L’America di Sam Shepard è un bar di cowboy e sul bancone c’è una bottiglia di tequila che non finisce mai, come la notte. È un motel nel deserto popolato da fantasmi dove il tempo non esiste e il passato non può passare perché lo portiamo sulle nostre spalle, come un fardello che nessuno riuscirà mai a sollevare per liberarci. Il drammaturgo, attore e sceneggiatore americano, è scomparso la settimana scorsa nel Kentucky – la famiglia ha diffuso la notizia soltanto il 31 luglio – per le conseguenze della sclerosi laterale amiotrofica: aveva 73 anni.
Il fantasma che non l’ha lasciato, fino all’ultimo, è stato quello di suo padre Samuel Shepard Rogers jr: pilota di bombardiere durante la guerra, alcolista dai violentissimi scatti d’ira che terrorizzava la famiglia per poi scomparire – giorni, a volte settimane – e tornava come se nulla fosse accaduto. Il padre dal quale cercò di scappare cambiando tutto, anche il nome (Samuel Shepard Rogers IV) finché, come ammise negli anni della vecchiaia, una bottiglia di tequila fece riapparire quel fantasma. «Stai proprio diventando come il tuo vecchio», lo sfotteva un amico in un documentario, “Shepard & Dark”: lo sguardo con cui lo fulminò diceva tutto.
I drammi più importanti della sua carriera – “Il bambino sepolto” che vinse il Pulitzer 1979, “Vero West”, “Pazzo d’amore”, “Menzogne della mente” – hanno l’economia dei mezzi di Hemingway e la profondità dei fini di un tragico greco; Shepard è uno di quei drammaturghi che gli attori pagherebbero pur di interpretare (i suoi protagonisti in teatro sono stati Ed Harris, Tommy Lee Jones, Philip Seymour Hoffman, Mark Rylance, Dennis Quaid, Ian Charleson; in Italia ebbe negli anni Ottanta un ruolo meritorio Luca Barbareschi, che di Shepard, come di Mamet, diffuse con passione l’opera). A Hollywood trovò la fama popolare, una nomination all’Oscar (per Uomini veri: era la leggenda dell’aviazione Chuck Yeager, il pilota che disse no al programma spaziale della Nasa perché lui voleva pilotare, non essere sparato in orbita dagli ingegneri), la compagna di quasi un trentennio (Jessica Lange .che gli ha dato due figli), la possibilità di interpretare da protagonista un capolavoro (“I giorni del cielo” di Terrence Malick) e una lunga serie di ruoli secondari che gli garantirono una fonte di reddito sicura, per scrivere in pace (da “Black Hawk Down” a “Il rapporto Pelican”: le lunghe pause sul set erano, tra l’altro, uno dei momenti preferiti per scrivere). Un regista intelligente come Michael Almereyda scelse Shepard — che di spettri paterni ne sapeva più di tutti — per interpretare il fantasma in un “Amleto” moderno con Ethan Hawke.
Guardava alla fama con la diffidenza di chi ha capito che a Hollywood e a New York non c’era niente di interessante, per lui, oltre a non esserci i cavalli: nel suo ranch ogni giorno, all’alba, era in sella, una forma di terapia.
A New York visse da ragazzo, quando scriveva “Zabriskie Point” per Antonioni e viveva con Patti Smith: resta di quel periodo il dramma “Cowboy Mouth”, che lui e Smith interpretarono insieme. Nelle foto lui ha i capelli lunghi ed è bello come un angelo del West, lei ha la maglietta stracciata e i pantaloni stracciati e il pallore da futura rockstar-poetessa. Era laconico come i suoi personaggi: «Non lo definirei un allegrone o un compagnone, ma tutti abbiamo il nostro lato oscuro e lui almeno lo affronta con senso dello humour», disse di lui Jessica Lange, l’unica persona al mondo che lo chiamava «Sammy». Rilasciava poche interviste e sempre malvolentieri perché «non sono dialoghi, sono domande e risposte». Una sventurata collega inglese, per il «Guardian», gli chiese qualche anno fa sul pronti-via «quanto tempo abbiamo?» e lui la gelò: «Dipende dalle domande».
Era, come scrive Patti Smith nella prefazione di uno dei libri di narrativa più belli scritto da Shepard, “The One Inside” (che l’anno prossimo verrà tradotto in Italia da La nave di Teseo), «un solitario che non vorrebbe stare da solo». Scelse la sola via praticabile: la compagnia dei suoi personaggi. Il passato che non passa perché i nostri segreti – letteralmente nel finale de “Il bambino sepolto” – sono destinati a essere riesumati, magari in una notte di pioggia.
Dai critici americani ha ricevuto rispetto e il Pulitzer – inevitabile, con quel talento – ma gli restituirono in abbondanza la diffidenza con la quale lui li trattava: al più grande autore tragico dell’America del suo tempo affibbiarono la (pericolosa) etichetta di «scrittore del West», che in codice significa meno bravo di quelli di città, possibilmente dell’Est (lui tra l’altro non era del West ma del Midwest, nacque in Illinois). Diffidenza acuita dalle sue escursioni hollywoodiane. Con le università americane il rapporto fu difficoltoso per i contenuti poco in linea con la tendenza multiculturale, inclusiva e intersezionale dell’ultimo trentennio, dalla quale lui era lontanissimo. In Europa ebbe miglior sorte con i critici, e tanti riconoscimenti ma gli sfuggì il premio più grande: Eugene O’Neill resta l’unico drammaturgo americano a aver vinto il Nobel.
«Odio i finali – spiegò alla “Paris Review” in una “intervista-dialogo” da incorniciare – li detesto. Gli inizi sono di sicuro la cosa più appassionante, la metà mi lascia perplesso e i finali sono un disastro. La tentazione di trovare una risoluzione per tutto, impacchettare la pièce per bene, mi è sempre sembrata una trappola terribile. Perché non essere più onesti? I finali più autentici sono quelli che vanno verso un altro inizio. Ecco dove sta il genio».
Lascia, con la sua bibliografia straordinaria, storie di fantasmi, di famiglie infernali dalle quali non è possibile staccarsi perché le portiamo dentro, nel sangue, come una malattia incurabile. Incipit carichi di presagi come un cielo nero che non promette niente di buono e finali – meno male che li odiava – impossibili da dimenticare. Alzi la mano chi, in teatro, negli ultimi secondi prima che si spegnessero le luci su “Pazzo d’amore” non ha creduto di vedere, sul muro, la fotografia «della donna dei miei sogni», la moglie portata al suicidio da un altro dei padri di infernali di Shepard. Secondo le istruzioni del drammaturgo la fotografia, come il muro, non c’è. Ma il padre la indica, nel buio, e ci sembra di vederla: «È mia. Tutta mia. Per sempre».
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