DI GIULIO CAVALLI
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L’Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato. È una costante: è stato così per il fascismo, lo è oggi per la strategia della tensione. Ci sono ancora dei grumi, delle situazioni e degli apparati che non si possono assolutamente svelare. Se così fosse ci sarebbe un effetto a catena che a molti farebbe paura». Sono le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime della strage di Bologna che apre così la retorica d’agosto che oggi ricorderà quel giorno del 1980 in cui morirono 85 perone e 200 rimasero ferite.
La strage di Bologna non è una ferita. No. Quelle di solito si fanno cicatrici con il passare del tempo e si richiudono insieme alla storia. La strage di Bologna è piaga, di quelle sempre aperte, che si infetta ogni anno di più. Ormai ci volano le mosche e dentro se ne nutrono i vermi.
Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i due condannati come esecutori della strage, hanno già finito di scontare la pena. Hanno preso, in pratica, dimessi di condanna per ogni morto. Una cosa così. Ma sui mandanti, al solito, nulla. Non ha nemmeno fatto scalpore la telefonata intercettata di Gennaro Mokbel, uomo della Banda della Magliana e riciclatore di soldi sporchi, in cui disse che liberare “quei due” gli costò un milione e duecentomila euro. Nulla, nulla. Dovrebbe bastarci così.
E anche per questo la piaga di Bologna oltre a tutto il resto è anche una piaga imbolsita: ogni anno si racconta la storia con una lena sempre più blanda, sconfortata, con quella vergogna che proviamo quando ci ritroviamo a raccontare una storia di cui non sappiamo il finale e per pudore ci copriamo la bocca con la mano nelle battute finali.
Ed è un peccato. Ed è un adulterio nei confronti della verità.
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