DI CHIARA FARIGU

Questa è la storia Paolo, 29 anni, nato in Brasile ma in Italia dall’età di tre anni e mezzo. E’ qui da noi che è cresciuto, ha studiato ed è diventato cameriere di sala. Risiede a Milano e il suo raggio d’azione per inviare curriculum spazia dalla Lombardia alla Romagna, soprattutto nei mesi estivi dove c’è gran richiesta di personale per il settore alberghiero. Paolo ama il suo lavoro. E lo svolge con competenza e serietà. Viso pulito, sorriso a tutto a tondo, due fossette impertinenti sulle guance, sguardo sveglio, di chi promette efficienza ancor prima di essere messo alla prova. A giugno decide di voler prestare servizio a Cervia, la riviera romagnola è da sempre meta ambita per i colori, i profumi, l’allegria e Paolo tenta la fortuna. Uno scambio di mail, qualche telefonata, l’invio del curriculum, è fatta. Per Paolo nessun problema, il lavoro stagionale è suo. Può già contare su un gruzzoletto che metterà da parte quando farà ritorno a casa, nella “sua” Milano. Qualche giorno prima della partenza, la doccia fredda. Nel definire la domanda d’assunzione Il giovane invia via mail copia della carta d’identità. Apriti cielo! L’assunzione non s’ha da fare. Paolo è di colore e questo è un requisito non contemplato nella scala dei valori stilata dall’albergatore. Dall’assunzione al licenziamento il tempo di un sms. Tanto è bastato al contrito proprietario dell’hotel per rescindere il contratto: “Mi dispiace Paolo ma non posso mettere ragazzi di colore in sala. Qui in Romagna la gente è molto indietro con mentalità, scusami ma non posso farti venire giù”.           L'immagine può contenere: sMS

Meno di un tweet, lapidario. Con poco più di 100 caratteri si è infranto il sogno lavorativo del giovane brasiliano che per la 1^ volta in vita sua ha dovuto fare i conti col colore della sua pelle, più scura certamente ma più pulita e soprattutto più onesta di quella dell’albergatore schiavo di pregiudizi. A denunciare l’accaduto è stata la madre di Paolo che si è rivolta alla Filcams-Cgil di Ravenna che sta preparando la vertenza per accompagnare il giovane in tribunale. La storia, balzata agli onori della cronaca, sta riscuotendo un rilievo sociale, proprio come voleva la mamma del ventinovenne affinché non rimanga un caso isolato ma, attraverso Paolo, venga data voce anche altri che ancora oggi continuano ad essere discriminati per il colore della pelle.
“È un fatto di particolare gravità che non appartiene alla cultura della nostra città e che nulla ha a che fare con la nostra realtà lavorativa e imprenditoriale, che da sempre si avvale di maestranze provenienti da ogni luogo e da ogni parte del mondo, senza mai effettuare discriminazioni di razza, etnia e di religione”, si affretta a commentare il 1° cittadino Luca Coffari, preoccupato dell’immagine negativa che si ripercuote sulla città che amministra. “Mi preme sottolineare che qui, l’unico indietro è il singolo albergatore” .
Scoppiato il bubbone, più di un albergatore si è proposto per offrire a Paolo un contratto presso la loro struttura, preoccupati che l’episodio possa screditare l’intera categoria ed offuscare l’immagine di una riviera da sempre aperta all’accoglienza e all’ospitalità.
Questa è la storia di Paolo. Ma potrebbe essere la storia Marco, Mattia o Roberto. Una brutta storia che discrimina le persone in base al colore della pelle. Come nei secoli scorsi. Una brutta storia della quale non conosciamo i risvolti ma che puzza lontano un miglio di discriminazione e razzismo. Razzismo in salsa tricolore. Un sentimento che cerchiamo di negare ma che striscia viscido e prepotente lungo tutto lo Stivale. Inarrestabile. Ne abbiamo sentore, ogni giorno qualche schizzo ci arriva in faccia. La paura è che possa sommergerci. Oggi è successo a Paolo. Domani?

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