GIULIO CAVALLI
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L’ultimo in ordine di tempo è il senatore PD Stefano Esposito, uno di quelli che intorbidisce il Parlamento con la boria del servitore che si sente protetto dall’amicizia del suo potente: “Alcune Ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo”, ha dichiarato mentre era ospite della trasmissione ‘Agorà estate’ su Rai3. Certo Esposito è uno di quelli che quando sbaglia riesce a farlo in modo tragicomico e fragoroso ma l’idea di fondo che sta nella sua affermazione è lo stesso filo rosso (pari pari) che sta nell’infame giochetto di questa estate: le Ong sono il problema. È lo stesso pensiero di fondo del ministro Minniti e di cotanta intellighenzia che oggi sperpera editoriali per raccomandarci di puntare l’attenzione su salvatori e salvati piuttosto che occuparci degli scafisti e delle ragioni della disperazione che diventa migrazione.
Così succede che oggi su tutti i siti e quotidiani (anche quelli che provengono da una storia di politica e solidarietà) il tema sia diventato “come non essere costretti a salvarli tutti”. E tutto intorno sembra che ad accorgersene siano in pochi. Pochissimi. Le energie generali (aizzate da una classe politica irresponsabile e gretta) sono tutte concentrate nello scoprire eventuali rapporti tra alcuni cooperanti con eventuali scafisti come se lì ci sia tutto il marcio di questa epoca di cadaveri sommersi, di un Mediterraneo diventato cimitero liquido e di un mondo che si sposta per provare a sopravvivere. È un trucco antico: trovate una causa minima (che sia di base anche giusta) e soffiateci sopra affinché copra le responsabilità più gravi; di colpo avrete una schiera di incazzati ubriachi della possibilità di poter essere legittimamente egoisti e allo stesso tempo godrete dell’appoggio dei carnefici.
“Dal nostro punto di vista il codice di condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso”, scrive Medici Senza Frontiere nel post in cui spiega perché la ONG non ha firmato il codice di condotta voluto dal Ministero. E hanno ragione: salvare non è più una priorità. Da tempo. Avremmo dovuto accorgercene quando i “ma anche” e i “non sono razzista ma” hanno cominciato a fiorire anche dalle parti del centrosinistra; avremmo potuto prevedere il peggio quando la superficialità di un Di Maio qualsiasi (ve li ricordate “i taxi del mare”?) è stata rivestita con eleganza e qualche parola forbita per essere riciclata dagli intellettuali del centrosinistra. Avremmo potuto saperlo quando le accuse poi mezze ritrattate di uno Zuccaro qualsiasi (a proposito: che fine ha fatto la sua indagine conoscitiva che avrebbe dovuto essere “una bomba”?) sono diventate tema quotidiano di dibattito politico senza mai essere nemmeno lontanamente dimostrate.
Siamo noi che non possiamo permetterci gli Esposito. Siamo noi che non possiamo permettere a lui e a quelli come lui di rovesciare il tavolo per non prendersi la responsabilità di valutare le priorità di un’emergenza diventata a uso e consumo di lui e quelli come lui. Qui non si tratta più solo di politica ma di etica. Etica. E bisogna resistere.
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