DI GIORGIO DELL’ARTI
È giusto elogiare il ministro Minniti, ma prima si devono dare le notizie.
• Stiamo parlando di migranti, ong, Libia?
Sì. La notizia più importante è che una quarta ong ha firmato il codice che regola il modo con cui le organizzazioni non governative possono dare una mano nella salvezza dei disperati che tentano di raggiungere le nostre coste. Questa quarta ong è la tedesca Sea Eye, che si aggiunge a Save the Children, Moas e Proactivia Open Arms (Proctivia non ha ancora materialmente firmato perché i suoi capi sono lontani, ma ha garantito d’essere d’accordo con le regole italiane). Sea-Eye è stata fondata nel 2015 da Michael Buschheuer, sul suo sito dice di non aver mai collaborato con i trafficanti di uomini, sostiene di aver salvato l’anno scorso 5.568 naufraghi, chiede aiuti per mezzo milione di euro. Medici senza frontiere, che ha scelto la linea dura contro il codice di Minniti, ribadisce che non permetterà mai di far salire gente armata sulle sue imbarcazioni, mentre sembra possibilista sulla questione dei trasbordi dei migranti (vietati dal codice). La posizione è da tipico contropotere: «Loro facciano le indagini, noi i salvataggi» ha detto il presidente di Msf-Italia, Loris De Filippi. Msf, secondo quanto dice il suo presidente, riceve finanziamenti per un miliardo l’anno, e nel Mediterraneo ne impiega per il 2-4 per cento.
• L’altra notizia è che questi tedeschi della nave fermata l’altro giorno non sembrano raccontarla troppo giusta.
La nave Iuventa della ong Jugend Rettet. Tedeschi, ma navigavano con bandiera olandese. Il gip Emanuele Cersosimo, di Lampedusa, ha ordinato il sequestro dell’imbarcazione, la procura di Trapani accusa la ong di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ci sono almeno tre episodi dell’anno scorso, in cui la Iuventa sembra aver agito in perfetta coordinazione con gli scafisti: ferma a 1,3 chilometri dalla costa, ha caricato un centinaio di clandestini, poi ha cordialmente salutato i due uomini di colore che li avevano portati fin lì e che, cessata l’operazione, se ne sono tornati in Libia. In una dichiarazione antipatica, il succitato Loris De Filippi ha sottolineato la «tempestività» dell’operazione, scattata dopo il varo del codice e il rifiuto di aderirvi di Jugend Rettet. Quelli di Msf sembrano decisi a considerare il ministero dell’Interno una controparte.
• Terza faccenda, le minacce di Haftar.
Haftar è il generale che spadroneggia nella parte orientale della Libia, cioè in Cirenaica, con l’appoggio francese ed egiziano, e che contrasta il governo di Tripoli, magari un po’ artificiale, però riconosciuto dalla comunità internazionale. Al Arabiya sostiene che Haftar si sarebbe detto pronto a sparare sulle navi italiane che navigassero in acque libiche «senza autorizzazione», cioè senza autorizzazione sua. Il premier di Tripoli, Al Sarraj, ci ha chiesto di aiutarlo a fermare i trafficanti di uomini, una nostra nave è già laggiù, i flussi stanno diminuendo, senza che Haftar, carezzato da Macron, abbia potuto metterci becco. I nostri hanno replicato alle pretese minacce dicendo che sono una fandonia. A poker si chiama: «Ti vengo a vedere, e vediamo se hai il punto che dici di avere».
• Qui ci sta bene l’elogio a Minniti.
Il ministro Marco Minniti, di sessant’anni, sposato con due figli, calabrese e tifoso dell’Inter, ha passato la sua vita politica in mezzo alla forza, se mi passa l’espressione, cioè era viceministro della Difesa nel governo Amato (2000-2001), viceministro dell’Interno nel secondo Prodi (2006-2008), poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi di informazione e sicurezza nel governo Letta, carica che ha mantenuto con Renzi fino a diventare ministro dell’Interno con Gentiloni. Tutto il nostro apparato di sicurezza lo considera un punto di riferimento decisivo. Un sentimento fondamentale per operare, e che i nostri poliziotti e agenti segreti non nutrivano di sicuro per Alfano. Minniti cioè conosce a fondo la strumentazione disponibile, sa come adoperarla e soprattutto i suoi lo sostengono con convinzione e lo aiutano. Si tiene in disparte rispetto al cosiddetto dibattito politico, sempre più simile a uno show da avanspettacolo. Ha poi l’aria di un uomo saggio, che si muove con prudenza e con programmi di lungo periodo. Attribuisce il successo di adesso alle idee messe in atto sette mesi fa. E che si possono riassumere così: bisogna lavorare in Africa, soprattutto. E senza perdere di vista i diritti dell’uomo. Siamo lontanissimi da Salvini o da Grillo, che infatti codice – appoggiato e lodato da tutta Europa – non hanno ancora detto una parola.
• Che cosa ha fatto in Africa?
Fa su e giù con la Libia e con la Tunisia di continuo. Da ultimo ha incontrato, all’hotel Radisson di Tripoli, tredici sindaci di altrettante città libiche. Ha poi riferito su questo vertice così: «È gente nuova, che vuole farsi avanti. Ci chiede di aiutarli sulla via dello sviluppo, tac negli ospedali, migliorie nelle città. Sono pronti a combattere la criminalità, se stiamo dalla loro parte. In Libia c’è adesso un’aria diversa da prima». Magnifico. E però: è bene che il ministro abbia dalla sua i giovani capi libici, si guardi tuttavia (abbiamo bisogno di dirglielo?) dai suoi amici italiani.
Annunci