DI SILVIA GARAMBOIS
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– Certifica l’Inps: se l’obiettivo della legge era quello di stimolare una maggiore condivisione degli oneri per la cura dei figli e sostenere i datori di lavoro ad assumere le donne in età fertile, il risultato è desolante. E le risorse spariscono
Congedo di paternità obbligatorio. C’è una legge che lo stabilisce, anzi lo impone: due giorni per ogni papà. Devono “obbligatoriamente” (tanto per ribadire) prendersi cura del neonato insieme alla mamma – nei primi cinque mesi di vita del bimbo – percependo comunque regolare stipendio. Fino all’anno scorso c’erano in aggiunta anche due giorni di congedo di paternità facoltativo, ma quest’anno non sono stati messi a bilancio nella legge di stabilità, non ci sono più.
A molti sembra fantascienza. Le aziende spesso non ne sanno niente, e non solo quelle piccole. Negli uffici Inps spesso lo sguardo degli impiegati si fa vuoto: quale sarà mai il modulo? Eppure è una legge ormai “vecchia”, è nella riforma Fornero del 2012. Ma serve un decreto tutti gli anni, serve che ci sia lo stanziamento, la burocrazia incombe.
“Disagevoli agevolazioni” le ha definite sui social un neo-padre che per avere i giorni di congedo a cui aveva diritto si è incaponito, perdendo tempo da un ufficio all’altro, passando ore al telefono. Vale la pena per due soli giorni? Diventa (anche) una questione di principio: il rispetto dei diritti. E dei doveri, in questo caso verso le mamme.
A mettere nero su bianco il fallimento della legge è stato Tito Boeri, il presidente dell’Inps, nella sua relazione annuale: “Il congedo di paternità obbligatorio non è stato in gran parte applicato. Due terzi dei neo-padri non hanno preso neanche il giorno obbligatorio nel 2015, l’anno in cui questa misura è stata maggiormente adottata”. E aggiunge: “Se l’obiettivo di questa legge era quello di stimolare una maggiore condivisione degli oneri per la cura dei figli e di cambiare le percezioni di datori di lavoro restii ad assumere le donne in età fertile, il risultato è stato molto deludente”. Il presidente Inps è da tempo che sostiene che i papà dovrebbero avere un congedo di almeno due settimane, proprio per limitare le disparità tra uomo e donna sul lavoro. Del resto in tutta Europa è così (con esempi positivi come la Norvegia, dove le mamme stanno a casa nove settimane e i papà sei), e persino in Belgio, dove i giorni obbligatori sono solo 3, i papà possono però sfruttare altri 10 giorni facoltativi.
Da noi l’anno prossimo, secondo quanto fin qui previsto, le giornate di congedo obbligatorio per i papà dovrebbero salire a quattro (a stipendio pieno e non alternative a quelle materne): ma il problema è sempre lo stesso, che gli stanziamenti siano previsti dalla legge di stabilità, con gli oneri stimati per il 2018 a circa 40milioni di euro. E le giornate facoltative (in alternativa alla madre) che quest’anno sono “sparite”, sono da considerare una “sperimentazione finita”?

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