DI  SABRINA PARAVICINI
Questa mattina mi sono svegliata prestissimo, Nino dormiva, io pensavo al viaggio di oggi. Un bambino piccolo stava ridendo nella camera accanto, ho provato a riaddormentarmi ma non ce l’ho fatta, così ho fatto una doccia, ho aspettato che Nino si svegliasse e sono scesa.
Nel giardino della “casa meravigliosa” c’erano due tavoli apparecchiati per la colazione, tutto era curato, dal tovagliolo alla posata. Frutta fresca, pane, burro, french toast, caffè, latte, cereali, biscotti.
Nel tavolo accanto al nostro, una famiglia, anzi, la famiglia.
Madre bellissima, trentacinque anni, tre figli maschi biondi con gli occhi azzurri di 10, 7 e 12 mesi, linea perfetta. Figli belli e simpatici. Marito tedesco, moglie francese, figli bilingui.
Parliamo un po’, vivono in Germania vicino alla Svizzera, per loro è normale avere tre figli, lei mi dice che non ha mai smesso di lavorare. Il marito è bello, silenzioso e gentile.
Sono in partenza per Perpignan. La signora della casa ci dice di fare il passo Sospello, ci vuole un po’ di più ma poi per fare l’autostrada c’è tempo. Vedo che ci vuole circa un’ora in più. Il marito della moglie francese bellissima guarda il suo cellulare, mi guarda e fa una specie di piccola smorfia.
Dopo la colazione, partiamo alla stessa ora.
Noi Provenza e loro Perpignan.
Prendo la strada per Cuneo, ci metto quasi due ore per fare cento chilometri. Poi salgo verso la Francia, arrivo a un paese di confine dove ci fermiamo a pranzo, un posto che sembra uscito dalla Svizzera, la cameriera però è una giovane caraibica con una minigonna da spiaggia e delle gambe bellissime. Ho già fatto tre ore di macchina e il navigatore mi dice che ne ho altre tre e mezza. Se avessi fatto Savona Ventimiglia ci avrei messo quattro ore.
Il confine con la Francia è dentro un tunnel singolo in rifacimento che sembra un lunghissimo portico. Stretto e alto, mi viene un po’ di claustrofobia mentre vedo “Francia 2900 metri).
Alla fine il tunnel finisce e mi tocca fare a passo d’uomo una serie di tornati in discesa. Poi però invece di scendere a Ventimiglia come tutte le altre macchine seguo il consiglio della signora e salgo di nuovo per Sospello. Siamo due macchine. Si va a 40 all’ora. Mi auguro che la bella famiglia sia già arrivata a Perpignan perché il signore tedesco ha preso subito l’autostrada. Certo che l’ha presa, è tedesco lui! Nino guarda un film e io mi faccio il mio film in testa. Tipo che se resto senza benzina qui ci sono solo montagne e quasi neanche più alberi ma arbusti, continuo a salire e vedo solo le cime delle montagne, quelle che in Valtellina ospitano solo le capre.
Alla fine arriverò in cima mi dico, e poi sarà la discesa.
La cima del passo è annunciata da un hotel con l’insegna dell’altitudine. Poi si scende.
Per venti minuti non ci sono case, nulla, un tizio in macchina dietro di me mi sorpassa e nei tornanti davanti a me vedo che fa una cosa che ho sempre desiderato fare. Guida contromano, sulla corsia di sinistra. La visibilità glielo permette. Sul lato sinistro però non ci sono più i guard rail ma dei fili verdi. Penso a mia mamma se fosse qui, anzi penso a mia mamma se sapesse come siamo adesso. Da soli, quasi in riserva, nel cuore delle Alpi. Ora si scende e vedo qualche casa, siamo in una Provenza selvaggia, che anticipa quella morbida della lavanda.
Alla fine arrivo a un bivio, ci sono i poliziotti, credo per evitare immigrazione clandestina. Non so se ho il viso sollevato nel vederli o scocciato perché “ci manca solo che mi fermano dopo questa strada da incubo.”
Un dei due poliziotti mi guarda e mi dice che posso andare, sorride, credo che abbia intuito la mia difficoltà nel scendere. Mi guardo nello specchietto retrovisore, gli occhiali da vista, i capelli spettinati e gli occhiali da sole appoggiati male sulla fronte. Nino ha finito di vedere il film.
Ora ha sonno, il navigatore mi dice che ho ancora due ore.
Non è possibile.
Comunque prendo l’autoroute, ai primi caselli di Mentone ci sono poliziotti con il mitra, penso che lo scorso anno non c’erano, ascolto musica, accelero e alla fine arrivo all’hotel.
C’è la piscina e il proprietario vuole parlare italiano. E’ stato a Roma vent’anni fa, ma si ricorda meglio di Calcata. Un posto freak mi dice. Lo conosco bene, gli rispondo. Ci offre una coca cola e io e Nino ci tuffiamo in piscina. Nino è felice. Io sono stanca. Mi manca la casa del Piemonte. Questa è bella, ma non c’è il cuore della signora.
Il viaggio di oggi è stato con la musica di Ghali.
“Provo a dire no”
Buona notte.
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