DI SUSANNA SCHIMPERNA
Oggi la povertà è solitudine, e non c’è famiglia che funzioni come guscio protettivo. Perché la famiglia stessa, quando diventa povera, sembra trasformarsi in una cellula aliena, staccata dal corpo sociale e dal mondo. L’uomo separato che vive in macchina non potendo permettersi altro non si sente più isolato del padrone dell’impresa che ha dovuto licenziare i suoi due figli per mancanza di lavoro e non ha retto al colpo. E nei piccoli centri, che una volta offrivano reti di protezione, più occasioni e solidarietà, si muore di abbandono e disperazione proprio come a Roma e a New York.
Siamo tutti a rischio. Ma ancora non vogliamo ammetterlo. Proprio per questo la paura cresce e con la paura le derive più egoistiche, distruttive, prevaricanti. Perché è impossibile oggi immaginare una povertà pacifica, affettuosa e pulita (come definiva Caetano Veloso quella che osservava in Brasile negli anni 60), una povertà che sia sobrietà, capacità di adattamento e contemporaneamente fiducia nel futuro. È la solitudine vera: non avere quella sicurezza in sé stessi che consente di progettare il domani e di sentire che comunque adesso, in questo preciso momento, non importa quali siano le tue condizioni di vita, il fatto che sei vivo significa che puoi scegliere come confrontare gli avvenimenti.
(da «Cattivi Pensieri»)
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