DI ALBERTO TAROZZI
Ho avuto modo di incontrare il sindaco di Hiroshima nel 2005. Mi stupì in lui l’assenza di rancore nei confronti dei criminali che avevano bombardato i civili giapponesi. Mi stupì il suo silenzio di fronte a un sottosegretario assurdo che ebbe il coraggio di dichiarare in sua presenza un falso storico: che le bombe su Hiroshima e Nagasaki avrebbero ridotto il numero dei morti della seconda guerra mondiale (senza specificare che si riferiva ai morti statunitensi).
Non so se attribuire quei silenzi a una forma di pudore legata alla cultura giapponese oppure se attribuirlo al riuscito tentativo degli Usa di incutere rispetto grazie al terrore.
Come in Vietnam, dove solo dopo 30 anni si è parlato delle bombe all’agente orange usato contro il Vietnam centrale che determinarono malformazioni fetali.
Come in Jugoslavia nel 1999 dove il governo locale, per motivi di ordine pubblico, non evacuò Belgrado, come suggerivano i medici, al momento in cui le bombe caddero sul petrolchimico di Pancevo, nell’immediata periferia.
Come a Bologna, dove ogni 25 settembre si replica la rimozione del ricordo di un bombardamento dell’aviazione statunitense sui civili, nel 1943, che valse mille morti in un giorno.
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