DI LUCA BILLI
Vacanza deriva, attraverso il francese vacance, dal latino vacantia, la forma neutro plurale del sostantivato vacans, -antis, participio presente di vacare. La vacanza è prima di tutto la condizione di essere o di rimanere vacante, ossia lo stato di una carica, di un ufficio civile o ecclesiastico, che rimane privo del titolare e da qui il periodo durante il quale rimane appunto vacante. Da questo significato deriva quello ormai più consueto, ossia il periodo di riposo, più o meno lungo, che una persona si concede dalle proprie ordinarie occupazioni, o più comunemente si fa concedere, quando lavora – come si diceva una volta – “sotto padrone”. Quindi per parafrasare una celebre canzone – vincitrice del Festival di Sanremo nel 1970 – “chi non lavora non fa le vacanze”.
Probabilmente negli anni Settanta questa regola non scritta valeva ancora. Nel mese di agosto le città si riempivano di cartelli “chiuso per ferie” e un esercito di vacanzieri si metteva in marcia verso i luoghi di villeggiatura; partivano tutti insieme, con la stessa precisione con cui, sempre tutti insieme, timbravano i cartellini per entrare in fabbrica. E tutti insieme lottavano e manifestavano, ma questa è un’altra storia.
I tempi però sono cambiati e si pone quindi un interessante problema. Ad esempio gli insegnanti precari, che vengono licenziati a giugno e saranno riassunti in settembre, sono in vacanza? Per tanti lavoratori, pubblici e privati, la vacanza non è più un diritto, ma semplicemente il periodo che passa da un contratto all’altro, periodo in cui naturalmente non sono pagati. D’altra parte è già consueto che non ti paghino quando lavori, quindi non puoi pretendere che ti paghino anche per non lavorare.
Comunque la vacanza ha dignità costituzionale, anche se molti preferiscono dimenticarlo. Credo serva un piccolo promemoria, anche per tutti gli apprendisti costituzionalisti sempre all’opera. L’art. 36, al terzo comma, recita:
“Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”
Siamo ormai un paese senza vacanze? In un certo senso si, perché siamo sempre più un paese senza lavoro. O con un lavoro precario, incerto e malpagato, per cui le vacanze diventano sempre più un lusso. E comunque cerchiamo di farle – spendendo il meno possibile, accorciandole, tagliandole, insomma, in qualche modo adattandole alla nuova situazione – non per ostentare uno status che sappiamo di non avere più, ma probabilmente per fingere una normalità, o un simulacro di normalità, che ci aiuti a sopportare questa situazione.
Anche perché – ed è questo il vero problema – siamo ormai un paese vacante.
Senza un parlamento legittimo, visto che quello che c’è è stato eletto con una legge che è stata giudicata anticostituzionale. Senza un governo, visto che quello che si dichiara tale aspetta ordini da altre autorità, che non abbiamo eletto e che quindi non ci renderanno conto delle loro decisioni. Siamo senza intellettuali che ci possano aiutare ad affrontare questa fase difficilissima della vita del paese. Siamo senza sinistra, che è vacante ormai da molti anni. Molti sono senza futuro e lo cercano, quando possono, fuori da questo paese; sperando magari nelle vacanze pagate.
Ormai l’unica sede non vacante è la cattedra di san Pietro e perfino noi laici dobbiamo accontentarci di questo.
Il problema è che una sede vacante prima o poi viene occupata. E’ già successo in questo paese, quando una monarchia e un governo vacanti furono sostituiti da qualcosa di molto peggiore, che non vorremmo rivedere, anche se ne possono riconoscere già i sintomi. In fisica, come si sa, i vuoti si riempiono. E la stessa legge vale anche per la politica.
A proposito, buone vacanze. E buon rientro, sperando che troveremo ancora un posto in cui tornare.
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