DI MATTEO MARCHETTI
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«Sai, nell’era totalizzante dei telefonini e dei social network, non c’è un solo giornalista famoso venuto fuori dalla grandiosa narrazione del web. Se ci pensi, è clamoroso. I nomi sono sempre gli stessi: Ferrara, Mieli, Scalfari, Vespa, Feltri, Mentana….
La colpa è di…
Mancano i maestri. E poi i giovani non hanno coraggio. Ma ti pare che per diventare giornalista ormai devi frequentare un’apposita scuola? Mentre come sai il giornalista è sempre stato un disobbediente, uno originale, un irregolare…»
La Sora Palombelli sembra ignorare cosa sia diventata la professione. Le sue degenerazioni tayloriste, la sua iperproduzione, la contrazione dei tempi di lavoro, che soprattutto nella «grandiosa narrazione del web» sono ridotti all’osso ancora più degli stipendi. Sembra dimenticare che un giornale come l’Europeo dei suoi tempi – che dedicava tempo e soprattutto denaro ad approfondimenti, a seguire piste che potevano anche rivelarsi sbagliate, che pagavano viaggi e pranzi con le fonti, oltre allo stipendio, magari per settimane – non esiste più. Sembra dimenticare che, salvo alcuni rarissimi casi, i pochi giornali superstiti sono diretti e guidati a tutti i livelli da esponenti della sua generazione (quella che, a proposito di “maestri”, ci ha omaggiati di gente come Gramellini, rimasticatori di banalità a sei zeri).
Sembra soprattutto ignorare – deliberatamente – che si fanno le scuole perché il praticantato aziendale non te lo fa più nessuno, in nessun caso. E che questo succede perché c’è una crisi della domanda (non legge nessuno), ma anche perché le redazioni sono inzeppate di persone assunte ai tempi in cui lei iniziava. Il solito schema: gente che ha avuto occasioni a ogni pisciata di cane giudica e sentenzia su chi non ne ha.
Poi per carità, noi saremo degli incompetenti senz’altro. Ma, in questi casi, i discepoli ciucci dipendono anche da maestri mediocri
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