DI MARTA ECCA

Due bimbi giocano a palla e la barca in riva fa da porta senza pali.

La palla è rosa. La stessa punta di rosa dell’interno di quel barchino di legno in cui non c’è scritto “salvataggio”.
Dentro ci trovo delle felpe mal ridotte, una busta con la scritta in arabo, una ciabatta una, del pane che galleggia nell’acqua sul fondo, insieme a delle bottiglie e quel che resta di un viaggio.
Quel viaggio. Dall’Algeria alla Sardegna, rotta alternativa a quella libica.
Sono rimasta lì davanti a quel barchino per un po’, perché leggerne tutti i giorni non basta a capire cosa significhi mettersi in mare non sapendo se al mare sopravvivi.
Nemmeno ascoltare le testimonianze dirette dei ragazzi è bastato a capire. Il loro silenzio, al ricordo della vita in balia delle correnti, me l’aveva in parte suggerito.
Poi, in un pomeriggio di mezza estate la realtà ti rieduca ai fatti in una maniera spietata, fra un tuffo e una risata leggera.
Sapevo di uno sbarco avvenuto due giorni fa, ventidue uomini, una donna e due bambini.
E me li immagino seduti non so come perché è impossibile che ci stiano più di dieci persone dignitosamente.
Tardo, rimango lì, con gli occhi fissi sui dettagli. Il pane.
Si avvicinano tre ragazzi incuriositi dalla mia insistenza. Chiedono.
Racconto loro di quel viaggio non mio, provo a dare voce a vite di cui nulla so ma invece sì, che qualcosa so. So ciò che basta a non voltare le spalle, nemmeno di fronte a quel barchino.
I tre ragazzi diventano dieci, affiancati da una coppia con bambini al seguito.
Ascoltano, vanno via, ringraziano.
Ha fatto tutto quel pezzo di legno galleggiante, così fuori contesto nonostante fosse dove deve stare.
A rieducare.

I bimbi continuano a giocare a palla e il barchino in riva fa da porta senza pali.
Con una palla rosa, la stessa punta di rosa dell’unica nota di colore di un viaggio al buio.

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