DI SUSANNA SCHIMPERNA
Ieri vedo il film «Un’avventura a Campo de’ Fiori» di Luigi Magni, con William Berger. Allora mi ricordo, cerco le date. E scopro che sono passati esattamente 47 anni da uno degli episodi più disgustosi, criminosi, sconvolgenti della storia giudiziaria italiana.
Era la notte tra il 5 e il 6 agosto 1970 quando a casa di William Berger e di sua moglie, a Praiano, sulla costiera amalfitana, arrivano carabinieri e guardia di finanza, probabilmente chiamati dalla gente del posto che sulla vita libera e divertente di quella coppia ha fantasticato riempiendosi di odio.
Alla fine della perquisizione si trovano: 0,9 grammi di cannabis appartenenti a un’ospite che sarà l’unica a non essere arrestata; 37 siringhe di plastica appartenenti alla moglie di Berger, Carolyn Lobravico, siringhe che lei dice esserle necessarie per una terapia contro i postumi di un’epatite virale. Niente altro.
Tutti i presenti, quattordici persone, vengono caricati e portati via. Gli uomini saranno chiusi in un manicomio criminale, le donne in un altro.
Carolyn sta malissimo, viene legata per due giorni a un letto mentre urla di dolore. il magistrato autorizza il ricovero in una struttura privata “scelta dai suoi congiunti”, ma al marito non dicono nulla e lei resta lì, finché la spostano, in urgenza, il 2 ottobre, al Cardarelli di Napoli. Troppo tardi. La aprono ma l’intestino è già perforato. Forse aveva anche la peritonite, forse il tifo. William può vederla per cinque minuti quando ormai sta morendo e pesa 40 kg. Viene seppellita senza autopsia.
Otto mesi dopo tutti gli imputati, compreso Berger, sono assolti per insufficienza di prove.
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