DI FRANCESCA CAPELLI
(NOSTRA CORRISPONDENTE DALLA CITTA’ DI BUENOS AIRES)
Caricato a forza su una camionetta della gendarmeria, durante un operativo nella provincia di Chubut, nel sud del paese. Era il primo agosto. Santiago Maldonado, 28 anni, artigiano di professione e militante politico, da pochi mesi si era trasferito da Buenos Aires a El Bolson, nella provincia patagonica di Rio Negro, dove approdano i delusi della capitale, gli amanti della natura in cerca di tranquillità e gli hippie fuori tempo massimo.
Da qui, alla fine di luglio, aveva viaggiato fino a Cushamen (Chubut), per sostenere le proteste dei mapuche, popolo nativo che dal 2015 reclama come propri i terreni acquistati da Luciano Benetton in Patagonia. Circa 900 mila ettari, la cui acquisizione è iniziata negli anni ’90, molto prima che il parlamento argentino approvasse una legge (del 2011 e ovviamente non retroattiva) che fissa a 1000 ettari il tetto massimo di terra per proprietario, persona fisica o giuridica.
Il primo agosto un giudice ordina alla Gendarmeria (corpo militare che dipende dal ministero della Sicurezza) lo sgombero di un terreno occupato per protesta dai mapuche. E durante l’operativo (termine con cui, dai tempi della dittatura, si designa qualsiasi operazione repressiva delle forze di polizia, dai rastrellamenti agli sgomberi), Santiago viene catturato e portato via. Testimoni affermano di averlo visto mentre veniva costretto a salire su una camionetta. La gendarmeria sostiene che il giovane sia fuggito. A nulla sono servite le richieste della famiglia, che per qualche giorno ha sperato che fosse solo trattenuto, magari il tempo necessario ad attenuare i segni di eventuali torture.
Ma più passa il tempo, più si fa strada un’ipotesi molto più grave. Una parola che, qui in Argentina, non si vorrebbe sentire pronunciare mai più: desaparecido. L’atteggiamento della gendarmeria e della stessa ministra da cui dipende, Patricia Bullrich (ex montonera, movimento di guerriglia degli anni ’70, ed ex “tutto quello che è possibile essere”), ricordano molto da vicino il copione che i militari recitavano durante la dittatura. Negare qualsiasi coinvolgimento. Il governo ha offerto una ricompensa di 500mila pesos (quasi 23mila euro) a chi consenta di localizzare il luogo dove si trova Santiago Maldonado, dando per scontato che la gendarmeria non abbia avuto nessun ruolo nella sparizione.
Santiago, avrebbe detto Jorge Videla, capo della giunta militare dal 1976 al 1981, “non è né vivo né morto, è desaparecido”. Il primo desaparecido dell’era di Macri. Cristina Kirchner, ex presidente, ha offerto una ricompensa di 28mila dollari a chi darà informazioni utili a ritrovare il giovane attivista. Lo cercano l’Onu e tutte le associazioni per i diritti umani. In tutta l’Argentina sono stati organizzati sit-in, marce e proteste che ne reclamano “la reaparición con vida”.
Sembra di essere tornati al 18 settembre 2006, quando a sparire fu Jorge Julio Lopez, un sopravvissuto della Esma, la scuola di meccanica della Marina, trasformata in campo di detenzione clandestino durante la dittatura, dal quale passarono circa 5000 persone, pochissime delle quali sopravvissute. Il sequestro avvenne poche ore dopo aver testimoniato al processo contro Miguel Etchecolatz, poi condannato all’ergastolo. Lo scopo? Intimidire altri testimoni e dimostrare che le forze armate avevano ancora potere in Argentina, nel momento in cui il presidente Nestor Kirchner e il parlamento avevano abrogato le leggi di amnistia e indulto degli anni precedenti e i processi erano ripresi. Non a caso, pochi giorni dopo la sparizione del testimone, l’imputato riuscì a mostrare alle telecamere, poco prima della lettura della sentenza in tribunale, un foglio con tre parole scritte a mano: Jorge Julio Lopez.
Al tempo stesso, i due casi sono molto diversi. Sequestrato, Lopez, da forze eversive che volevano impedire il corso della giustizia. Vittima, Maldonado, della repressione dello stato. Come i 30 mila desaparecidos della dittatura.
“Vivo lo llevaron, vivo lo queremos”. L’hanno preso vivo. E vivo lo rivogliamo indietro.
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