DI RAFFAELE VESCERA

Valeria, una giovane donna veneta, segue il marito a Napoli per lavoro. Ci va con la paura addosso, molti i luoghi comuni e i pregiudizi che le hanno trasmesso, a partire dalla nonna che le dice di stare attenta alle “pallottole vaganti”. Valeria piange, e poi piange ancora quando, due anni dopo, deve lasciare Napoli, città che ha trovato meravigliosa e accogliente: “Mi sono sentita come Bisio nel film Benvenuti al Sud”, confessa.
Allora perché esiste il pregiudizio contro il Sud, più difficile da rompere che un atomo, per dirla con Einstein? All’inizio fu l’inglese Lord Gladstone, che a metà Ottocento, contraddicendo i tanti giudizi ammirati dei viaggiatori del Grand tour definì Napoli: “città negazione di Dio”, per poi confessare in Parlamento che no, lui a Napoli non vi era mai stato. Perché lo fece? Doveva giustificare l’invasione piemontese delle Due Sicilie, eterodiretta da Londra come in seguito si è scoperto. Squalificare l’immagine di un avversario, demonizzarlo è utile a motivare la sua distruzione. Gli stessi piemontesi, arrivando al Sud scrivevano : “Altro che Italia! Questa è Africa, i beduini a riscontro di questi caffoni, son fior di virtù civile.” Ad affermarlo fu C. Farini, Luogotenente di Cavour a Napoli, dove il conte non era mai stato.
Bisognava giustificare i massacri e i furti perpetrati a danno del Sud: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”. Diceva il colonnello Negri, medaglia d’oro al valor militare. Mentre Massimo D’Azeglio dichiarava: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!” intanto che suo fratello Roberto D’Azeglio, senatore del regno sosteneva: «C’est un cadavre qu’on nous colle», è un cadavere che ci incollano addosso.
Non solo ignoranza alla base del pregiudizio, non solo incapacità di comprendere l’antica e raffinata cultura mediterranea, ma bieco interesse che doveva giustificare la spoliazione del Mezzogiorno, “colonia interna” come denunciato da Gramsci, Nitti, Salvemini e altri. Anche in campo letterario, da scrittori quali Camilleri che denuncia la continuazione del trattamento coloniale del Sud.
Una recente ricerca dell’università di Lecce, sull’immagine del Sud veicolata dai grandi mezzi d’informazione nazionale, ha accertato che questi, a fronte di una popolazione di un terzo di quella nazionale, dedicano al Sud appena il 9% delle notizie, di questo 9% il 90% sono notizie di cronaca nera. Nonostante Napoli, per numero di reati per ogni centomila abitanti, ne abbia la metà di città come Milano, Torino e Bologna, come riportano le statistiche del Ministero degli interni, ampiamente note. Allora perché lo fanno? Non è forse utile a giustificare che il Sud debba vivere senza alta velocità ferroviaria, aeroporti, autostrade, asili, sanità, industria e altri servizi a investimento statale? Non è forse vero che lo Stato italiano, da 157 anni, per un cittadino meridionale spende il 40% in meno che per uno del Nord? Non ci credete? I rapporti dello Svimez parlano chiaro, leggerli per credere.
In quanto a me, data la mia (de)formazione letteraria, parlando di Napoli, per accompagnare le belle parole di Valeria, vi riporto un brevissimo brano di un mio romanzo di prossima pubblicazione: “Le due amiche condividevano la bella vita napoletana, dalle infinite giornate di sole a passeggio sul luminoso lungomare alle serate trascorse tra feste private negli antichi palazzi nobiliari e teatri zeppi di bella gente, tra matinée all’elegante Caffè Gambrinus e pomeridiane incursioni nelle strade affollate di persone d’ogni ceto, benestanti sdegnosi e socievoli aristocratici, artigiani saputi e ingenui guaglioni, umili bisognosi e malandrini volpini, facce storte di guappi e bei volti amichevoli, goliardici studenti e pulcinella di strada, sfacciati scugnizzi e innocenti “criature”, signorine dagli occhi ardenti e pudiche educande di scuole religiose raccontate da Matilde Serao, passioni eterne ed effimeri amori bugiardi a buon prezzo, musicisti sapienti e saltimbanchi improvvisati, commedianti irresistibili e queruli postulanti, venditori di prodotti pregiati e simpatici impostori. Quella varia umanità che abbraccia chiunque s’avventuri per le strade della città più ricca di spirito e bellezza del pianeta, una metropoli in cui il sentirsi forestiero è una condizione sconosciuta, nessuno è estraneo dove bastano uno sguardo e due buone parole per finire davanti a un caffè a raccontarsi i fatti propri. La città dove la banalità del dire è fuorilegge, in cui un’espressione che ricordi il già detto annoia. Se tra le nordiche nebbie il riferimento ripetitivo, l’ordinata monotonia, il luogo comune, l’univocità del senso delle parole sono riferimenti rassicuranti per non perdersi nel labirinto dei significati, nella vulcanica città di Partenope la parola non è freddo strumento di burocratica comunicazione, il dire deve essere originale, rimandare ad altri sensi, un eloquio fantasioso per suscitare meraviglia, gioia, timore, emozioni. Se nella madrepatria greca gli dei che governavano passioni e destini umani, eros e morte, armonia ed eccesso, logos e istinto, tragedia e commedia, risiedevano sull’Olimpo, lì erano di casa sul vulcano, dominus del golfo più bello del mondo. Napoli, capitale del buon vivere, città della gioia antidoto a quella della noia, immensa agorà, mercato di parole e di merci in bella mostra, aveva catturato nella sua inestricabile rete di piaceri il severo giovane di provincia, offrendogli godimenti da lui vissuti con sensi di colpa.”

 

Annunci