DI LUIGI MANCONI
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Questa mattina a Roma il direttore della Ong Proactiva Open Arms, Oscar Camps, ha sottoscritto il codice di regolamentazione per i salvataggi in mare, elaborato dal ministero dell’Interno. Mentre ciò avveniva, un’imbarcazione di quell’organizzazione, Golfo Azzurro, si trovava bloccata nelle acque del Mediterraneo, con a bordo tre (tre) profughi libici.
Golfo Azzurro, infatti, è rimasta ferma dalla notte tra il 6 e il 7 agosto a 15 miglia dalla costa di Malta. Qui si era indirizzata dopo aver ricevuto un diniego allo sbarco dal porto di Lampedusa. Era stata, però, proprio la centrale operativa di Roma a richiedere a Golfo Azzurro di soccorrere un barcone che si trovava a 100 miglia dalla costa, nella cosiddetta Zona SAR, assegnata a Malta e coordinata dall’Italia. Da lì ha inizio un estenuante tira e molla tra Malta e Roma che non è ancora terminato, e che, in ultimo, porta Golfo Azzurro in queste ore davanti alla costa siciliana, a largo di Pozzallo, perché lì, secondo le ultime informazioni, sarebbe stato consentito lo sbarco: ma ancora una volta, la Guardia costiera italiana non permette l’accesso. Non sappiamo fino a quando.
Tanto più che, lunedì mattina intorno alle 8:30, un’altra imbarcazione della stessa Ong, Open Arms, mentre si trovava a 12,8 miglia dalla costa viene avvicinata dalla guardia costiera di Tripoli. I militari libici via radio intimano a Open Arms di non avvicinarsi alle acque territoriali accusando l’Ong di connivenza con i trafficanti: “siete sotto controllo da due giorni. State conducendo attività sospette. C’è il dubbio che abbiate a che fare con degli scafisti. Non avvicinatevi più alle nostre acque. La prossima volta sarete sotto tiro. Non ci saranno altri avvertimenti”. Poco dopo dalla nave della guardia costiera libica partono scariche di mitra contro Open Arms. Nessuna vittima ma un evidente messaggio di intimidazione. Bastasse un codice di regolamentazione…
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