DI GIANLUCA ARCOPINTO
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Vado a correre in montagna con mio figlio Luca. E’ la seconda volta. Non era mai voluto venire fino a ieri mattina. E oggi a sorpresa mi ha chiesto di tornare. Corre a testa alta, elegante, come quando gioca a pallone. Sembra danzare sulle punte.
Luca parte forte. “Vai avanti tu, tieni il tuo passo. Io seguo il mio.”
Ogni metro mi stacca di venti centimetri. La strada sale, impietosa verso le mie ginocchia che effettivamente però stanno meglio del solito. Forse perché avrò perso sei settecento grammi negli ultimi giorni. Forse perché questa montagna mi ha sempre fatto bene, da quando l’ho scoperta una dozzina d’anni fa. Forse perché fa quasi freschetto: ideale per la corsa. Entriamo nel bosco e siamo io e lui e basta. Però Luca è sempre più avanti. Alla prossima curva, prima di sei o sette consecutive, sparirà alla mia vista. Ci incroceremo più tardi, quando lui avrà intrapreso la discesa per tornare e io dovrò ancora arrivare al punto in cui si svolta indietro. Adesso sono solo. Ad arrancare sorridendo dietro mio figlio. Il bosco fa rumore, come sempre, con il suo silenzio irreale e solo apparente. Ogni tanto compare un raggio di sole. Le gambe reggono. La mente vola, dopo aver sofferto quel maledetto primo chilometro in cui non riesco a spezzare il fiato. Adesso è solo una questione di pazienza. Il fiato c’è, il ritmo pure. Potrei andare avanti per chilometri.
Eccolo Luca, è già di ritorno. “Papà, ti aspetto. Facciamo un altro giro completo.”
Riesco a sorridere. “Sì Luca, facciamo un altro giro completo. Ma tu aspettami all’arrivo. Non ti fermare più.”
E continuiamo a correre, ognuno con il proprio passo. Insieme.
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