DI FRANCO BERARDI
https://alganews.wordpress.com/
Caro Andrea, grazie per avermi dato la possibilità di spiegare questo punto difficile: non uso a vanvera parole come Nazismo. D’altronde le parole sono la sola cosa di cui dispongo figurati se mi va di buttarle a casaccio.
In La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers distingue tra il nazismo come fenomeno storico e la quintessenza del nazismo (paole sue).
Lo stesso Jaspers, e Gunther Anders (in Noi figli di Eichmann) vedono l’essenza del nazismo nell’asserzione di una superiorità della funzionalità tecnica che nella visione razzista sarebbe appannaggio esclusivo della cultura bianca occidentale.
“La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria”. Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno (“Reich”) che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l’operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì.”
Non riconoscerlo significa, come scrive Günther Anders, non rendersi conto che «l’orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, cit., p. 66).
E’ vero che non possiamo definire nazismo ogni manifestazione di violenza o disumanità. Però non possiamo neppure relegarlo in una dimensione di unicità assoluta. Definendo il nazismo il male assoluto espressione che non significa niente) si è finito per condonare moralmente ciò che non raggiunge le dimensioni dell’Olocausto.
Vengo al punto. Il discorso di Hitler ai tedeschi è riducibile a questo: non siete operai sconfitti dal capitale ma guerrieri razzialmente superiori. E’ lo stesso discorso che tiene Trump al suprematismo bianco non solo americano, e infatti questo discorso è ora quello che si tiene nel mediterraneo. Come operai siete stati sconfitti e umiliati, ma come razza superiore tutto ci è concesso. Vendichiamoci dell’umiliazione che ci ha inferto il capitale finanziario identificando come capro espiatorio coloro che si vogliono vendicare del colonialismo invadendo le nostre terre.
Guarda Andrea, io credo che nell’intellettualità americana (stranamente solo in USA è rimasta un’intellettualità significativa) ci sia consapevolezza di questo carattere comune al nazismo e alla vendetta bianca contemporanea.
Vedi l’articolo di Brzesinski “Toward a global realignment”
https://www.the-american-interest.com/…/toward-a-global-re…/
Il suprematismo bianco – che sta riemergendo come fenomeno globale, contro il risentimento islamista e contro il pericolo dei disperati – è una reazione all’umiliazione che gli occidentali bianchi hanno subito ad opera della predazione finanziaria, e dell’impotenza che la politica ha dimostrato di fronte a quell’umiliazione.
La parola nazismo non è un insulto (che lascia peraltro del tutto indifferenti coloro che vorremmo insultare, Minniti compreso), è un invito a renderci conto del punto in cui siamo.
Io credo che siamo proprio a questo punto, e temo che non esistano energie culturali e politiche capaci di rovesciare la tendenza o di sfuggirle.
Ma non per questo credo che siamo di fronte a un ripetersi di quel che accadde nella prima metà del ventesimo secolo. No. Il fascismo novecentesco (e il nazismo come sua forma specifica) era un fenomeno innovativo, energetico, era l’ansia di affermazione futurista di popoli giovani, di una maggioranza giovanile eclusa ma portatrice di un (orribile) nuovo. Ora i bianchi sono una razza declinante. Che parole orrende mi tocca usare: razza, bianchi…. non credo che queste parole abbiano un significato, sono soltanto dispositivi ideologici, ma in quanto tali hanno una potenza immensa, quando in esse si identificano masse sociali impoverite, disperate e umiliate.
La vendetta degli umiliati è il tratto dominante del nostro tempo. Ma la vendetta degli umiliati bianchi (i lavoratori impoveriti dalla globalizzazione) confligge con la vendetta dei popoli colonizzati, perché solo l’internazionalismo poteva evitare questa disgrazia e l’internazionalismo è dimenticato come se fosse una questione di buoni sentimenti.
Non pretendo di averti convinto, ma voglio che tu creda al fatto che non ho scritto quelle parole per superficialità o impazienza.
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