DI GIOVANNI PUNZO
https://alganews.wordpress.com/
Sul caso Watergate che obbligò Richard Nixon alle dimissioni l’8 agosto 1974 si sono riempite biblioteche. Centinaia di libri, di memorie, rapporti, atti giudiziari o articoli di stampa (e perfino il saggio di un astrologo, come ai tempi di Wallenstein) riportano dettagli e retroscena di ogni tipo, ma la prima cosa da ricordare fu che tutta la vicenda non si compì in un breve arco di tempo. Dalla scoperta degli ‘intrusi’ nella sede del comitato nazionale del partito democratico, che avvenne nel giugno 1972, alla conclusione vera e propria, trascorsero più di due anni segnati da numerosi colpi di scena. Del resto, come narrano le cronache, i due giornalisti del «Washington Post»furono attratti semplicemente da un ‘caso’ di cronaca singolare, senza nemmeno sospettare di essere in procinto di diventare protagonisti di uno degli episodi più controversi della storia americana del XX secolo.
Secondo molti storici la vera e propria svolta – la ‘bomba’ del caso Watergate – avvenne un anno dopo e non era strettamente connessa alla contabilità misteriosa dei fondi del partito repubblicano, come stava emergendo dall’inchiesta giornalistica, ma riguardava direttamente il modo di fare politica di Richard Nixon. Il 6 luglio 1973 Herbert Butterfield dichiarò alla commissione del Senato che tutte le conversazioni alla Casa Bianca erano registrate su nastro. La testimonianza smentì in maniera clamorosa quanto sino a quel momento era stato invece asserito dal presidente e dai suoi collaboratori. Questi fatti furono resi noti però solo il 16 luglio, praticamente alla vigilia della sospensione dei lavori della commissione per la pausa estiva. Le luci si smorzarono, ma non si spensero del tutto e la commissione continuò nell’indagine. Nonostante la situazione internazionale si fosse aggravata per lo scoppio della guerra del Kippur (6 ottobre) e il successivo embargo petrolifero, l’attenzione pubblica tornò prepotentemente sulla Casa Bianca per la vicenda del vicepresidente Spiro Agnew.
Spiro Agnew, il 10 ottobre, fu infatti costretto a dimettersi per gravi irregolarità fiscali nella dichiarazione dei fondi elettorali ricevuti per il partito repubblicano. Il 20 ottobre, passato alla storia come «il massacro di sabato notte», Richard Nixon, che si era sempre rifiutato di consegnare i nastri richiesti, riuscì esercitando pressioni indebite a far esonerare due dei procuratori che indagavano, mentre un terzo fu allontanato in seguito dal suo incarico. Memorabile, alla fine di questa fase della vicenda, anche il discorso tenuto dal presidente davanti alla stampa, in cui pronunciò una frase destinata a diventare famosa: «I’m not a crook» (non sono un imbroglione). Poiché però la pressione per la consegna dei nastri continuava, vi fu allora una consegna parziale del materiale cui seguì una richiesta di precisazioni in quanto più di un quarto d’ora di registrazione risultava mancante. La colpa fu assunta allora da una delle segretarie della Casa Bianca che ammise di aver schiacciato il tasto sbagliato provocando la cancellazione.
Nel frattempo, ponendo fine al balletto di occultamenti e smentite, sulla questione dei nastri il 24 luglio la corte suprema ne impose la consegna agli inquirenti e ricomparve allora sorprendentemente anche un nastro di due anni prima in cui il presidente e un suo collaboratore discutevano sull’attività di una squadra di idraulici, ovvero il soprannome dei primi intrusi sorpresi nella notte del 17 giugno del 1972 al Watergate. Il 29 luglio fu votata la messa in stato di accusa del presidente che si dimise l’8 agosto ottenendo in cambio l’immunità. A molti americani forse tornarono in mente le parole di un altro presidente. Nel pieno della guerra civile Abramo Lincoln aveva pronunciato forse la frase più nota della sua vita: «Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo».
Annunci