DI CLAUDIA PEPE

Chiarè, come la chiama suo padre Maurizio Insidioso, è una delle tante donne vittime di un’aggressione maschile, che negli ultimi anni si sta impennando con una furia inarrestabile. Oltre cento donne in Italia ogni anno vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage. E al femminicidio si aggiungono poi violenze che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare tante altre vittime. Sono migliaia le donne aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. E Chiara fa parte delle donne picchiate, prese a calci, da un uomo che non ha nulla a che fare con l’essere umano. Lo chiamo “uomo” Maurizio Falcioni, ma tra gli uomini non si può annoverare. Chiara è stata picchiata così violentemente da rimanere in coma molti mesi, e ancora oggi non è che il ricordo di quella ragazza che nel suo cuore annidava speranza, fantasie e sogni di un futuro falciato da una mano omicida. “L’Italia è un paese dove non c’è dignità. Oggi vorrei portarti via di qui, bruciare la mia carta di identità”, così dice il padre dopo aver saputo che gli occhi che hanno visto sua figlia esanime a terra, ha ottenuto dalla Corte d’Appello, uno sconto di pena di quattro anni. Da vent’anni per maltrattamenti e tentato omicidio, ora ne sconterà sedici. Ma siamo sicuri che saranno solo sedici, oppure tra poco tra condoni, buona condotta, licenze premio, ce lo troveremo a spasso a bere il suo aperitivo al bar con gli amici? È questa la Giustizia italiana che permette ad un omicida di ridurre una ragazza, una nostra figlia, una nostra studentessa in sedia a rotelle? Io conosco il dolore e posso capire questo padre che dopo aver sentito la sentenza, si è accasciato a terra non solo per il malore fisico, ma per l’ingiustizia, l’iniquità, l’ennesima offesa data a sua figlia. La giustizia a volte, non vede la morte di un futuro, il patibolo di una famiglia. Mette in atto le sue norme e i suoi innumerevoli cavilli, e ad una madre e a un padre, non resta altro che la rassegnazione. Una rassegnazione che brucia come la vita di Chiara. Spenta nell’ordinaria follia che ha visto vincitore il carnefice, e condannando la vittima all’inferno perenne. Penso a quel padre e a quella madre che ogni giorno vedono la loro figlia nata bellissima, ridotta a vivere attraverso le loro cure, il loro calvario quotidiano. Il loro percorso su un Golgota con una croce che li abbraccerà tutta la vita. E dopo di loro chi ci sarà per Chiara, chi avrà tra le mani la sua vita, i suoi occhi inumiditi da lacrime che non troveranno mai ragione.
Così scrive il padre su Facebook: “Cara Chiara, oggi sono stato affianco a colui che ti ha ridotto cosi per sempre. Lo sai oggi sei stata oltraggiata da lui, dal suo avvocato e dai giudici che non hanno coraggio. Chiara, l’Italia è un paese dove non c’è dignità e oggi in quell’aula si parlava solo del modo in cui riabilitare al mondo quel verme di Falcioni, nessuno ha mai pensato a come sei e sarai per sempre ridotta e abbandonata. Lui ha ricevuto un bellissimo sconto che lo aiuterà a tornare presto a fare la sua vita. Oggi mi piacerebbe avere la possibilità di sapere che potrei portarti via da questa Italia. Bruciare la mia carta d’identità sarebbe un sogno. Io non mi sento rappresentato più da nessuno in questo paese. Si fanno ricorrenze, si fanno salotti e si parla di violenza sulle donne. Ma al dunque chi fa del male a una donna ne esce sempre meglio di chi è vittima.” “Chiarè oggi non ci vediamo sono stato male e non mi sento bene. Ma vedrai che domani mi rialzo e ci rivediamo. Tu sei la mia guida e ti ringrazio perché senza di te non posso sta”. In questi giorni in cui la Scuola sta sperimentando il Liceo breve, io insegnante vorrei tanto che invece si potesse innalzare il tempo scuola. Per introdurre l’etica, l’educazione civica, l’educazione sessuale: per porre anche un debole rimedio a generazioni che vedono in questi esempi una scorciatoia alla violenza e alla sopraffazione. E noi insegnanti, saremo sempre schierati nelle situazioni in cui degli esseri umani sono costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Perché il silenzio aiuta solo il boia mai l’oppresso.
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