DI VANNI PUZZOLO

Tante polemiche per le partite spezzettate, ma l’assistente video aiuta a prendere decisioni corrette
È il mondo capovolto.
Anni di battaglie, anni di “ah, se ci fosse la moviola in campo”, anni di intere trasmissioni passate a dire “era fuorigioco”.
E adesso, adesso che la “moviola in campo” c’è, tanti non sono contenti.
Vien da sorridere, ma basta fare un giro sui social network o nelle chat tra amici per leggere che “questo non è calcio”, che “il VAR va ripensato”, che le partite “sono troppo spezzettate”.
Partiamo da due considerazioni fondamentali e necessarie. La prima: il VAR è in fase di sperimentazione, è un esercizio per gli stessi arbitri che la utilizzano per la prima volta.
Vanno affinati i meccanismi, è vero, e la gente deve naturalmente abituarsi.
Seconda questione: il VAR serve a trasformare in giuste decisioni che in partita erano state sbagliate.
Ci saranno voluti dei minuti, ci sarà stato lo sgomento di chi era in campo, ma durante Milan-Betis il VAR ha “girato” due decisioni importanti, e cioè ha annullato un gol che andava annullato e che in partita era stato convalidato e ha dato un rigore che non era stato visto.
Terzo, personalissimo, piccolo appunto: lo chiamiamo IL VAR perché si tratta del Video Assistant Referee, quindi un video che assiste l’arbitro, ecco ora va studiato bene quando e in che modo deve farlo e se, ma per ora non ne vogliono sentire parlarne, possano avere facoltà pure i,giocatori di chiamare l’assistente video.
Sì, forse gli arbitri, per primi, devono ancora “settarsi”, sia per tempistiche che per velocità di decisione.
È anche vero che non sempre il replay dà garanzie che la decisione possa essere corretta.
I puristi arbitrali, infatti, sostengono che gli ausilii tecnologici debbano essere utilizzati al massimo per il gol-non gol.
Altri più elastici, aggiungono anche il fuorigioco (ma in un caso come quello di Casemiro in United-Real c’è sempre un po’ di discrezionalità nel giudizio).
In realtà il VAR aiuta il direttore di gara anche in altre situazioni: falli da rigore e situazioni che si verificano a palla lontana, ad esempio.
Abbiamo imparato, di recente, che il rischio è che si verifichino casi limite.
È successo, puntualmente, nella Supercoppa Olandese: Vitesse in attacco, centravanti steso davanti al portiere e l’arbitro che lascia giocare.
Il Feyenoord si è lanciato in contropiede e ha segnato. Esultanze varie, poi il direttore di gara ha detto di aspettare. In cuffia gli assistenti video gli hanno detto: “Guarda che era rigore per il Vitesse”. Morale: gol del Feyenoord cancellato (anche se era buono) e palla riportata dall’altra parte del campo per far battere il rigore al Vitesse.
D’altronde tra il fallo non ravvisato e il gol la palla non era mai uscita, quindi non c’era stato il tempo per fermare il gioco: giusto così, insomma.
Voglio dire che a volte per prendere la decisione giusta, la strada può apparire tortuosa, ma l’importante alla fine e’ prenderla.
C’è chi propone una questione: che il VAR venga utilizzato a chiamata dalle squadre, magari con un numero limitato di possibilità.
Tipo il challenge tennistico, in sostanza.
Ma cesserebbe lo scopo dell’assistente video, messo lì per sanare TUTTE le situazioni non giudicate correttamente.
Dal tennis, però, si potrebbe sì copiare qualcosa.
E cioè che venga trasmesso, sui tabelloni dello stadio, il replay con la spiegazione di quanto è successo e della decisione degli arbitri.
Nel tennis, appunto, succede sempre, con quel IN e OUT che in fondo è davvero facile da accettare.
In Milan-Betis, ad esempio, lo stadio non avrebbe fischiato per minuti dopo l’annullamento del gol di André Silva se avesse visto, sul tabellone dello stadio, il tocco di Antonelli e il conseguente fuorigioco.
Siamo certi che una maggiore trasparenza, anche nel calcio, aiuterebbe tutti (allenatori, giocatori e tifosi) ad accettare decisioni che altrimenti, per chi è allo stadio, restano sempre nascoste nell’auricolare che utilizza il direttore di gara.
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