DI EMILIO RADICE
Sono entrato nel piccolo cimitero di Giuncarico, l’altra mattina, e le tombe si sono voltate a guardarmi. Un chiacchiericcio muto, un passaparola fitto, di lapide in lapide, di emozione in emozione. Perché io ero lì fra i miei cari morti, fra le persone che, tutte, mi hanno donato qualcosa di sé, magari senza mai parlarmi ma con la loro semplice presenza.
… Fortunato, Liano, Osvaldo, Telma, Sergio, Meraldo, Sandro, Aviano, Enzo, Danilo, Vincenzo, Marve, Fidoro, Lido, Gianfranco, Suor Tarsilla, Adriano e Maria Pia, il mio Loreno, Emilia, Felice, Pietro, Elda e la signora Gina con il vaso delle caramelle…
Hanno dipinto di sè portoni, strade, finestre, angoli di vita quotidiana. Si sono affacciate, hanno spazzato androni di palazzi alzando per un attimo gli occhi al mio passaggio, hanno diffuso dalle loro cucine odori di paste, di sughi, di bucati. Hanno gridato, hanno cantato, hanno litigato, hanno bestemmiato. Hanno costruito ingressi, stipiti, impiantiti, bum bum a picchiare col martello. Hanno aggiustato tubi e eretto muri mattone su mattone. Poi più silenziose nel caldo dell’estate.
… nonna Aristea, Giovanni, Alduina, Rubens, Enrico, Alvio, Anteo, zia Vera, Irene e Primetta, Guido, Alfinio, Irmo, Alveno, Zenobia, Orsola e Bruno, Giorgio, Rizieri, Cleofe, zio Enea…
Hanno cucito vestiti, fitti fitti, punto su punto, chine, attente al rammendo, al filo, alla lana. Hanno ballato in piazza, hanno suonato nel giorno del patrono, sono state scorbutiche, gentili, diffidenti. Hanno chiacchierato, nelle ore più calde, sedute sulle sedie all’ombra degli androni. Mi hanno allungato la brocca dell’acqua, a me bambino, portata dalla fonte, o mi hanno offerto i savoiardi delle visite in famiglia, lunghe, noiose, quando appresso a mia nonna varcavo le soglie di lontanissimi parenti. “Che bel cittino”.
… Alma, Rino, Ira, Ilio, Bruno, Leno, Erino, Leila, Assunta, Giorgio, Adriatica, Giuditta, Oderna, Abramo, Livio, Vemo, Adelmo, Graziano, Ester, Sirio, Alessandro, Virgilio, Ersilia, Marcello, Renato, nonno Giogi e nonna Nina, Rita…
E a poco a poco ognuno di loro mi ha fatto per quel che oggi io sono. Ognuno un tocco, ognuno una pennellata. Chi un cenno, chi un modo di parlare, chi una parolaccia, chi un accento. A volte una malinconia, altre una sapienza. Li ritrovo qui questi miei amati Van Gogh, nel piccolo cimitero di Giuncarico, e li derubo ancora di cose e di colori passando fra di loro, sorprendendo i loro sguardi e illuminando frammenti di ricordo o di sole sensazioni. Un luogo dove da bambino mi incantavo con il tatto caldo e profumato della cera. Un luogo mio. Ciao. Grazie.
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