DI CLAUDIA BALDINI
Sono almeno dodici, i centri di detenzione nei quali vengono ammassati, in condizioni disumane, decine di migliaia di persone, senza distinzioni di età e di sesso, che dall’Africa subsahariana hanno raggiunto il Paese nordafricano. Che vi sia una collusione tra elementi, anche ai livelli più alti, della Guardia Costiera libica e le organizzazioni dedite al traffico di esseri umani, l’HuffPost lo aveva denunciato da molto tempo, e ora questa collusione è confermata anche dalle accuse della Procura di Trapani.
Ma la QUESTIONE, che si fa finta di ignorare, è che una tragedia umanitaria si sta trasformando in un’arma politica in mano allo Stato tripartito libico. Dall’inchiesta HuffPost si ricostruisce un quadro dove affari e politica s’intrecciano, gestito dai principali attori che, armati, si muovono nel caos libico.
Almeno sette, di questi centri di detenzione si trovano sul territorio controllato da milizie-tribù che hanno giurato fedeltà al governo di accordo nazionale guidato da Fajez al-Serraj, il premier sostenuto dall’Italia e riconosciuto, a parole, dall’Onu.
Gli altri cinque centri si trovano, invece, sulla costa attorno a Sirte e ai confini tra la Libia e la Tunisia, dove ad operare sono milizie e tribù che hanno come riferimento l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar e, nel deserto tra Libia e Tunisia, nella sporca partita ci sono anche milizie jihadiste legate all’Isis.
Una delle più agghiaccianti case dell’orrore si trova a Sabratha, uno dei porti clandestini d’imbarco dalla Libia verso l’occidente, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli e meno di 100 dal confine con la Tunisia. I migranti vengono rinchiusi in questo casermone, costretti a subire per mesi la crudeltà dei trafficanti di essere umani.
Altri due famigerati centri di detenzione si trovano nella località di Zuwara,, mentre tre si trovano in località Tajura. Zuwara è la nota località di imbarco utilizzata dalle bande di trafficanti, si trova a ovest di Tripoli. Tajura è 30 chilometri a est della capitale libica.
Uno scafista marocchino, tunisino o egiziano riceve tra i 20 e i 30 mila euro per un viaggio e se riesce a riportare indietro la barca viene pagato il doppio. Se lo scafista è qualcuno dei paesi sub sahariani non riceve alcun pagamento ma può viaggiare gratis.
Il “modello turco” sta facendo scuola in Libia: Erdogan, ha usato i quasi 3 milioni di profughi siriani come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, ottenendo in cambio 6 miliardi di euro oltre che il silenzio complice rispetto alla “Grande purga” perseguita da Erdogan all’interno verso i Curdi. Ankara ha garantito un “tappo” alla rotta balcanica, come voleva la Germania, e ora sia Haftar che Serraj intendono replicare quel modello sulla rotta mediterranea.
I disperati intercettati in mare e rispediti indietro diventano così ostaggi nelle mani dei potentati “politici” di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, oltre che arricchire gli schiavisti del Terzo millennio.
Dall’inferno libico giungono altre testimonianze che danno conto di una situazione sempre più degradata: i centri di detenzione sono paragonabili a veri e propri lager, nei quali le persone sono costrette. “Una realtà – spiega Oxfam – fatta di abusi, torture e detenzioni illegali vissuta dalla gran parte dei migranti arrivati in Libia per mano di milizie locali, trafficanti e bande criminali”, già denunciata a luglio da Oxfam insieme ai partner Borderline Sicilia e Medu (Medici per i Diritti Umani). “Persone che arrivano in Libia paese che non prevede alcun sistema di richiesta di protezione internazionale fuggendo dalla violenza perpetrata nei loro confronti per trovare solo altra violenza”.
Fonte inchiesta Huff Post
Questo attende i migranti rispediti in Libia dal nostro governo. Contento Salvini, contento Grillo, contento Gentiloni, contento Renzi, contento Mattarella. Tutti bravi cristiani
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