DI CORRADO GIUSTINIANI
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Un paio di giorni fa, un pubblico ufficiale si è presentato da don Mussie Zerai, per fargli firmare un atto di “proroga indagini” sulle Ong, da parte della Procura di Trapani. Don Mussie non sa assolutamente nulla di quanto gli venga eventualmente contestato, anche se l’inchiesta della Procura ha avuto inizio nel novembre del 2016. Credo di essere stato il primo giornalista italiano a parlare di questo straordinario sacerdote cattolico di origine eritrea, giunto in Italia da rifugiato nel 1992, che nel 2006 ha deciso di fondare l’agenzia umanitaria Habeshia, proprio per aiutare chi fugge dalla dittatura, dalla guerra, dalle persecuzioni.
Molti che attraversano il deserto del Sahara e si avvicinano alla sponda sud del Mediterraneo in cerca di un imbarco hanno il suo numero di cellulare e lo avvisano, in caso di emergenza. Tante volte ha avvertito le autorità italiane che c’erano imbarcazioni alla deriva, e tanta gente ha salvato. Per questo io l’ho soprannominato “l’angelo dei disperati”. Il settimanale Famiglia Cristiana preferisce chiamarlo invece “l’angelo dei profughi”. E forse hanno ragione loro. Perché chi fugge dal suo paese, affronta pericoli inenarrabili, paga i vari mercanti di uomini che gli si presentano come alle stazioni di una via crucis, in fondo non è un disperato, ma al contrario un uomo che ha una profonda speranza di conquistare una vita migliore.
Io ho conosciuto don Mosè, questa è la traduzione italiana del suo nome, nell’estate del 2010, prima che per motivi di sacerdozio venisse trasferito in Svizzera, e lui era in contatto in quei giorni con 250 eritrei che venivano torturati nelle carceri egiziane, e non riuscivano a salpare per l’Italia, perché il governo Berlusconi attuava la politica dei respingimenti in mare (adesso, invece, i respingimenti vengono affidati ai libici). Ancora più drammatico l’evento dell’aprile 2011, quando un gommone con 72 persone a bordo, quasi tutte di nazionalità etiope, vagava nel Mediterraneo incrociando elicotteri e navi della Nato che non prestavano loro soccorso. Ben 63 morirono di stenti. Raccontai questa storia sul mio blog, ospitato allora dal messaggero.it, ma la mia voce non era abbastanza forte e fra i 5 mila che lessero quel post, più d’uno non mi credeva. Non mi diedero retta, in particolare, giornali e agenzie di stampa. Un giornalista inglese del “The Guardian” riprese il tema sul suo giornale, con un reportage, e stavolta, finalmente, l’intero sistema mediatico gli venne dietro.
Don Mosè, candidato nel 2015 al Premio Nobel per la pace, e inserito dalla rivista “Time” tra i 100 personaggi più influenti del mondo nella categoria “pionieri”, ha vissuto con profonda tristezza e direi anche con rammarico la tragedia dei 360 di Lampedusa, il 3 ottobre 2013. Il rammarico, perché non è stato concesso loro quel funerale di Stato che pure il nostro governo aveva promesso, e rammarico anche perché è stato concesso all’ambasciatore eritreo, rappresentante del governo dittatoriale di Isaias Afewerki da cui quei poveretti fuggivano, di visitare i sopravvissuti e probabilmente di schedarli.
Assieme all’amico e collega Stefano Trincia, entrambi animatori dell’Associazione “Studenti&Cittadini”, ho portato don Mosè, nel febbraio del 2014, al Liceo Righi di Roma, con i ragazzi prima ad ascoltarlo incantati, e poi ad applaudirlo fragorosamente. E’ stata la fonte di diversi miei articoli, sul “Fatto Quotidiano” e sul “Secolo XIX”. Quanto ai post che mi ha ispirato, ricordo soltanto alcuni titoli. Digitandoli su Google, chi vuole li ritrova: “Volevano chiedere asilo, ora sono schiavi in Libia”, “Morti di fame e di sete, ignorati dalle navi Nato”, “E’ caccia all’africano in Libia, ma nessuno lo dice”, “Donne stuprate più volte dai predoni del Sinai”, “Siamo nel deserto del Sinai, e fra poco ci uccideranno”, “Don Mussie, rischio di una nuova tragedia” e altri ancora. E’ stata da poco pubblicata dall’editore Giunti la sua biografia, scritta assieme a Giuseppe Carrisi. Titolo. “Padre Mosè”. Sottotitolo: “Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza”.
Alcuni organi d’informazione, fra i quali “Il Giornale” e “Il Secolo d’Italia”, hanno gettato fango su questo eroe dei nostri tempi grami. Don Mussie ha reagito con un lungo comunicato dell’Agenzia Habeshia, contro le “calunnie” che investono lui e i suoi collaboratori impegnati nel progetto umanitario a favore di profughi e migranti. Non ha mai avuto rapporti con la nave della “Jugend Rettet”. Ha sempre inviato segnalazioni di soccorso prioritariamente alla centrale operativa della Guardia costiera italiana, e a quella maltese, poi all’ Unhcr e a Ong come Medici senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. “Tutte le segnalazioni sono frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate non da battelli in partenza dalla Libia, ovvero al momento di salpare, ma da natanti in difficoltà al largo delle coste africane” e dopo ore di pericolosa navigazione. Non ha mai fatto parte di alcuna “chat segreta”, come hanno scritto alcuni giornali. Le sue segnalazioni arrivano attraverso un normale telefono cellulare. Semplicemente, secondo le indicazioni ricevute dal Comando centrale della Guardia costiera nel 2011, le ripete poi via mail.
Ho appena riascoltato al telefono don Mosè, per offrirgli tutta la mia solidarietà. E’ molto critico sul Codice di condotta delle Ong partorito dal ministro Minniti. “Sarebbe stato molto meglio un coordinamento. Quando arrivano dieci-quindici richieste di soccorso, e ci si avvicina a un barcone su cui sono stipati in 500 con una nave che ne può ospitare 200, il divieto di trasbordo equivale a scegliere chi deve vivere e chi deve morire. E il ricacciarli indietro in Libia non è altro che la sconfitta dei diritti e della dignità umana”.

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