DI MONICA TRIGLIA
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Ho cominciato a lavorare 35 anni fa, quando ne ho compiuti 19.
Testa dura già allora (molto più di adesso, se devo fare un bilancio), avevo un’idea romantica del giornalismo. E dei giornalisti soprattutto.
Li consideravo eroi senza macchia e senza peccato, votati alla missione di indagare, denunciare, testimoniare. Irriverenti verso i potenti, generosi verso i deboli.

Volevo assolutamente diventare una di loro.

Così, per imparare, mi sono data alla cronaca politica che raccontavo sul giornale cittadino: non c’è segretario di partito, sindaco, amministratore o consigliere comunale di Casale Monferrato che io non abbia inseguito e placcato come un giocatore di rugby.
Poi, un giorno del 1989, ho deciso che la mia corsa casalese finiva lì. E ho cominciato a cercare un nuovo posto di lavoro. Ho impiegato quattro mesi, leggendo gli annunci di ricerca di personale sui quotidiani. Ho spedito una dozzina di curricula e sono stata chiamata per cinque colloqui.
Ricordo la simpatica responsabile di una collana di libri d’amore (che ancora oggi vengono pubblicati) cercare di convincermi che io ero un editor ideale, e il mio risatone (quando sono nervosa o in imbarazzo rido un po’ scomposta, un disastro che mi sono portata avanti negli anni…). E ricordo anche l’extra super mega manager di un ufficio di Pr terribilmente Milano-anni-80 che voleva prendermi come copy per una campagna di prodotti di bellezza.
Non sono un tipo paziente e alla fine ho detto sì a chi mi dava il praticantato.
Una casa editrice di riviste economiche di settore: sono finita nel giornale destinato ai baristi e sono stati cinque mesi di pura follia, inviata in Scozia per raccontare i più grandi produttori di whisky (io astemia assoluta) o in mezzo al mare del nord a testimoniare l’allevamento dei salmoni (io che non soffro niente, ma sulla barca mi si rovescia lo stomaco anche se è attraccata in porto).
Poi, grazie a un’altra lettera («Gentile ufficio del personale, mi piacerebbe tanto lavorare per voi…»), sono stata assunta in Mondadori. Ho firmato il 23 dicembre del 1989 e l’ho considerato un regalo di Natale.
Tutto questo per dirvi che – senza mai una segnalazione o tanto meno una raccomandazione – scrivendo leggiadre letterine a penna e investendo un po’ di soldi in francobolli, sono riuscita a prendere la strada che volevo.
E che poi non si sia rivelata quella di Carl Bernstein e Bob Woodward del Washington Post, i miei miti del Watergate, questa è un’altra storia, a cui guardo con un mix di indulgenza, nostalgia e parecchia sofferenza.

Sì, non sono diventata Carl&Bob, ma almeno ho potuto provarci. 

Non lo può fare, invece, l’esercito di giovani  disoccupati in Italia. Oggi sono usciti i dati: il 46 per cento dei ragazzi e delle ragazze (uno su due, in sostanza) cerca un lavoro che non c’è (il dato complessivo su tutta la popolazione attiva è del 13,6%, 3 milioni e 487 mila di persone senza occupazione).
E allora mi chiedo che vita puoi avere, in un Paese che non ascolta i tuoi sogni, non ti mette alla prova, non ti dà una speranza.
Che, forte della parola crisi, ti porta a considerare un contratto di tre mesi un miracolo, che ti intontisce con la parola flessibilità, che ti lascia al palo anche se qualche numero ce l’hai.
Che non ascolta la tua rabbia e la tua amarezza. E che non ti insegna a osare, per farti capire che ce la puoi fare. Anche lanciandoti in mezzo al mare del nord alla ricerca di un salmone, come è successo a me.

 

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