DI SILVIA GARAMBOIS
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Dalla piazza del paese a quella dei megastore, a quella virtuale dell’e commerce. Il calo dei consumi e i contraccolpi sulle grandi catene che hanno sostituito il vecchio negozio di prossimità. E ora che si fa tutto col computer o lo smartphone…
Nelle città non ci sono solo i musei: è in voga l’“urbex” (urban exploration) il viaggio alla scoperta dei luoghi abbandonati delle città, poco accessibili e dimenticati, vecchie fabbriche, vecchie strutture ospedaliere, luoghi chiusi al pubblico da tempo infinito che hanno ancora storie da raccontare. Hanno incominciato gli americani, ora ci sono “tour” anche a Roma come a Milano.
La novità è che in America da qualche anno l’esplorazione più “in” è quella ai centri commerciali abbandonati. Cemento e lamiere, manichini abbandonati e calcinacci, anfratti e corridoi immensi, luoghi spettrali. Ce ne sono ovunque. Ce ne sono sempre di più. Il successo dei “mall” (i grandi centri commerciali) a inizio millennio ha portato alla moltiplicazione dei punti vendita: ma ora anche le grandi catene commerciali tradizionali americane sono al fallimento – 14 grandi catene di distribuzione hanno chiuso i battenti e persino Sears, colosso nato alla fine dell’800, chiude i punti vendita -, i grandi spazi espositivi sono diventati spettrali monumenti a un’epoca già passata. Un dato su tutti: tra il 2010 e il 2013 le visite ai mall si sono dimezzate.
In Italia i dati sono diversi: a fine 2016 i centri commerciali erano 943 (uno ogni 64mila abitanti), con venti nuove aperture negli ultimi due anni, mentre negli Usa si era arrivati ormai a oltre 2 metri di spazio-vendita per ogni americano. Ma se la storia insegna qualcosa – buona maestra con pessimi allievi – l’esperienza americana è da tenere d’occhio. La crisi dei “mall”, infatti, è senz’altro stata una conseguenza della crisi economica (troppa produzione per tasche sempre più vuote, mentre la classe più agiata si rivolgeva ad altri circuiti commerciali), ma anche – secondo tutti gli osservatori – la conseguenza del successo dell’e-commerce. Per dirla in una parola: Amazon (e i suoi derivati). E anche in Italia i corrieri della distribuzione via internet sono ormai una delle presenze costanti sulle autostrade come in città, come – tanto più – nei centri più isolati: un clic sul computer per avere subito a casa qualunque tipo di merce.
È il progresso? Certo oltre che un fenomeno economico, con evidenti conseguenze nel mondo del lavoro, questo processo cambia radicalmente anche il modo di vivere, la socialità. Abbiamo tanto discettato negli anni passati sulla “piazza” dei centri commerciali, che sostituiva la piazza come centro di aggregazione dei paesi e delle città, abbiamo tanto letto sulla frenesia dell’acquisto che sostituiva la chiacchiera nel negozio di prossimità, alimentari o merceria che fosse. Ora si fa tutto a tu per tu col computer o con lo smartphone, non c’è neppure bisogno di una telefonata. La piazza è diventata virtuale. La domanda ansiogena di chi con le nuove tecnologie ha ancora un rapporto sospettoso – vecchie generazioni – è sempre quella: è disumanizzante? Stiamo perdendo la capacità dei rapporti fisici, interpersonali? La capacità di aggregazione, sia pure per comprare una maglietta?
Rispondano i sociologi. A occhio, tutto sommato, le nuovissime generazioni eternamente interconnesse, quelle che non si staccano mai dal telefonino, a queste obiezioni ci prendono per matti.

 

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