DI ALBERTO TAROZZI

Una cosa è certa. Nemmeno una superpotenza militare come gli Usa può permettersi due guerre in contemporanea, Una sotto casa e una in Estremo Oriente.
Questo fa pensare che quando parla di guerre prossime venture, almeno in un caso Donald Trump menta. Quale delle due?
In apparenza lo scontro con Kim Iong-un sembra più enfatizzato di quello con Maduro. Anche perché, mentre Maduro propone scenari di possibili incontri, che Trump peraltro respinge, il coreano minaccia bombe su bombe sulla base statunitense di Guam, precisando perfino i giorni dell’attacco, a dispetto di un tradizionale effetto sorpresa.
Altro elemento dubbio: gliamici cinesi dei coreani non mancano occasione di offrirsi come mediatori e il bello è che Trump destina a Pechino attenzioni che normalmente non si rivolgono allo sponsor ufficiale del tuo peggiore nemico. Ancora, su quali alleati potrebbe contare nella zona Trump? Men che tiepidi i coreani del sud, prime vittime sacrificali dell’eventuale conflitto che già hanno votato un premier pacifista. Nemmeno i giapponesi, che pure si stanno riarmando e professano fedeltà a Washington, paiono bramosi di scendere in campo, memori del fatto che il loro intervento significherebbe una possibile speculare scesa in campo della Cina, che nessuno a Tokio si augura.
Dunque, catatrofe da escludere? Non proprio, ma viene da pensare che, di fronte all’alternativa con Caracas, la vittima predestinata potrebbe essere preferibilmente proprio quest’ultima.
Elementi a “favore”. E’ nella storia dei Presidenti degli Stati Uniti preferire di attaccare un vicino, di cui i propri elettori hanno la consapevolezza dell’esistenza e contro i quali i media hanno orchestrato consistenti campagne di stampa. Lo stesso Kennedy, agli inizi, parve strizzare l’occhio a chi chiedeva pace nel Vietnam sostenendo la priorità di affrontare il pericolo cubano e solo la sconfitta della Baja dei Porci lo risospinse a spalmare di agente orange le foreste vietnamite. Inoltre dalle parti del Venezuela c’è una Colombia desiderosa di far fuori gruppi armati ostili (le Farc) piazzate appena dentro al Venezuela.
Dopo di che non deve sfuggire l’armamentario già pronto degli slogan sulla esportazione della democrazia, col fiancheggiamento umanitario dei vari Soros, pronti a suonare la grancassa contro Maduro. Dite la verità, ce lo vedreste qualche gruppetto locale d’arancio vestito andare a cantargliene a muso duro in quel di Pyongyang?
Sarà solo una nostra impressione, ma il Sudamerica potrebbe presto incendiarsi ancora più di oggi. Per l’Estremo Oriente il semaforo verde ai bombardieri o agli eserciti piazzati nei paraggi, fatta salva qualche azione dimostrativa, è ancora in discussione.
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